Storia

Sandro Godano – Storia

| Sandro Godano, fabbro

Sampeyre, 29 ottobre 2008

Quattro generazioni dietro alle api

“Qui in montagna le api erano allo stato selvatico, andavano a ficcarsi negli alberi. Per prendere il miele tagliavano la corteccia dell’albero, facevano un buco, mio papà mi raccontava che le facevano morire col fumo, poi si prendevano il miele. Solo che poi si accorgevano che la famiglia non c’era più, e allora avevano escogitato un altro modo: tagliavano il tronco sopra e sotto con la famiglia dentro e poi lo chiudevano, facevano un buco davanti, in pratica era un’arnia, un alveare a livello primordiale. Appiccicavano il coperchio e il fondo e la tenevano lì dentro, quando dovevano togliere il miele allora toglievano via uno di questi coperchi qua e poi ritagliavano la cera che c’era dentro col miele, ma cercavano di salvare il più possibile le api, e quanto meno la regina, poi quelle si rifacevano la cera. Solo che c’era il problema che non essendoci il ricambio delle cere, tutte le volte che nasce un’ape lascia dentro la cella una piccola pellicola, andava a finire che alla lunga le api che venivano fuori erano grosse come delle mosche. Recuperavano quel problema lì con le sciamature: lo spazio era quello che era e le api sciamavano. Così si facevano delle cassette un pochino più ben fatte e le ficcavano lì dentro. C’erano anche dei tronchi vuoti li tenevano vicino a casa, tre muri e a una certa altezza una specie di ripiano. Li mettevano alti perché lo spazio era poco, sotto magari facevano orto. A piano terra se le beccavano tutte in faccia, invece su un ripiano non davano tanto fastidio.

Noi in famiglia da sempre avevamo avute le api, parliamo di un secolo fa o anche più, era una ricchezza per la famiglia, perché allora andare a comprare lo zucchero costava caro e allora chi aveva le api era un privilegiato. Sandro Godano all’inaugurazione della Mieleria di Gan Luca Garnero,   il 14 dicembre 2008 a Sampeyre.Di miele si prendeva quello che veniva, non è che producessero gran che, comunque veniva tenuto lì come medicina o per i vecchi o per i bambini; nel dopoguerra si consumava regolarmente, come uno voleva, però anche lì con modifica degli alveari, si era venuti a fare le arnie quadrate…Io è dall’85 che non le ho più, da quando è morto mio papà mi son morte anche le api, anche se l’idea è ancora poi quella… le arnie le facevano da quattordici telai, erano anche più grossi, dei bestioni, allora non c’era il problema del nomadismo,uno non andava in giro perché non c’erano le strade e poi per portarle si portavano sulla schiena. Mio papà mi aveva raccontato che suo nonno voleva portarle su in montagna, solo che lui ci aveva i bugni, ancora quelli là rotondi. Allora aveva messo il basto all’asino, coi due ganci laterali per caricare poi gli aveva ficcato sopra quei bugni e aveva chiuso i buchi, perché avevano tre buchi. Aveva messo della carta un po’così, ma le api pian pianino si son mangiate la carta mentre che andavan su, si aveva una baita un po’più alto verso Croso e ‘ste api sono venute fuori e han cominciato a pungere le orecchie all’asino, che è scappato col bugno e tutta la baracca… allora la faccenda del nomadismo era un po’ problematica. Al di là di quello, facevano l’arnia più grande perché avendo più telai dentro facevano più miele. In un secondo tempo han cominciato a provare il melario da mettere sopra. Smelavano i telaini, allora ne mettevano un po’ di più così ne avevano almeno tre per parte da prendere. Sei telaini, circa quattro chili di miele cadauno, faceva già 20-25 chili di miele per arnia ogni anno, era già una sciccheria, perché se no più che due, tre, quattro chili non riuscivano a fare qua coi bugni. Lo toglievano, lo mettevano a scolare su delle griglie e il resto se no lo ficcavano nel torchio, il problema come ripeto è che nel nido vero e proprio non veniva cambiata la cera dimodochè le api diventavano piccole.

Storia dello sciame nel pero

A un certo punto gli antenati si sono divisi, perché erano due o tre fratelli e lì dividevano tutto. Il terreno su di qua è quello che è, molto roccioso, tutto ripido e ognuno voleva avere il suo pezzo di orto, e andavano a contare le piante da frutta . Poi era venuto fuori il problema delle api, perché c’erano anche le api . Allora ne han preso un tot ciascuno, poi ce n’era uno che era ficcato dentro un pero, un tronco cavo, e allora hanno fatto la divisione in modo che il mio bisnonno si è preso il pero, per prendere le pere che c’erano sopra, ma anche il bugno che c’era dentro era diventato suo. Suo, ma piantato nel prato di suo fratello, fintantochè il pero è esistito.L’abbiamo poi tagliato noi quel pero lì- erano passati cento e passa anni, noi siamo diventati proprietari di quel pero. Il bugno non c’era più. Il pero era sul prato di un nostro lontano cugino, perché poi lì i rami delle famiglie si dividono e c’era scritto sulla divisione che quando veniva tagliato il pero chi tagliava il pero non poteva più ripiantarlo. Lì era una specie di usufrutto, una cosa stranissima, però a quei tempi là esisteva: dividevano tutto e uno dei due fratelli poteva andare a ritirare il miele e le pere, era proprietario del pero però il pero era piantato sul terreno di suo fratello e sin lì è andato bene però quando quella generazione lì è morta son diventati cugini e poi la generazione dopo che sarebbe stato mio papà eran già di quarto grado. Lo sciame alla lunga è morto ma mi ricordo che mio papà ha tagliato quel pero, che era nel prato di suo cugino già di 3° o 4° grado E’lassù sotto il lavatoio, piantato lì. Io ero un ragazzino e mi ricordo che mio papà ha detto: qui non abbiamo più niente da fare perché ci siamo portati via il nostro e quindi bon. Questo nostro cugino adesso è in Francia, è andato via, e adesso quel terreno là non vale più niente, ma a quei tempi tutto valeva molto, anche l’albero.

Si vendeva tutto quello che si poteva e poi in casa tiravamo, era proprio un sistema di vivere. Mio papà mi raccontava che per esempio ai suoi vecchi non è che mancasse il necessario: il necessario c’era perchè poi c’erano le api, chi piantava le patate, e poi c’era la mela, li su era una bella zona…solo che era proprio nel DNA della gente: bisognava che facevano la fame. Perché se uno li vedeva che stavan bene, veniva a crearsi tutto un problema, venivano rigettati da quella che era la comunità della borgata. Allora c’eran tutte borgate molto abitate e in ognuna c’era il cap cantùn che era un po’ il sindaco, quello che faceva da portavoce per le necessità della borgata. Se mai andava lui in comune perché era un po’ più capace a parlare.

Come si faceva apicoltura

Le api su di qua un po’ tutti le avevano: chi era capace a tenerle, perché poi d’inverno, siccome uno non le poteva coibentare per il freddo, ‘sti bugni di solito morivano perché poi a quei tempi là io mi ricordo che c’erano degli inverni che erano degli inverni: ai Santi c’era già la neve e fino a San Giuseppe non andava più via. Temperature da 10-15 gradi sotto zero erano regolari quindi poi al bugno ci mettevano intorno dei cuscini, io ho ancora trovato per lassù ,dentro un vecchio fienile,dei vecchi cuscini fatti con dei pezzi di lana che poi mio papà mi diceva che li mettevano intorno legati con delle corde: cercavano in qualche modo di proteggerlo, poi se questo bugno era un po’ spesso come legno, più o meno in primavera arrivavano e invece certe volte era già mangiato dalle tarme.

La nostra famiglia ha sempre avuto le api, nonno, bisnonno… ma non solo noi. Nella borgata c’erano due o tre posti dove c’erano degli apiari, adesso è stato tutto tolto, però un apiario esiste ancora a Goria, piccolino, piantato là in fondo alla borgata, e quello lì non è rialzato rispetto al terreno, avevano le api ficcate lì sotto. Poi mio papà mi raccontava… perché lui era uno che ci prova e a un certo punto, negli anni 60-70, aveva già una quindicina di famiglie. Poi quando c’ero io eravamo arrivati a più di settanta quando ci sono morte tutte. Quando ne avevamo una ventina lui era amico con un signore di Pontechianale. Mio padre faceva il postino, è stato il mio bisnonno che ha preso il primo servizio di posta qui a Sampeyre. Era nato nel 1840, ha fatto il servizio militare proprio quando c’è stata l’unità d’Italia. L’avevano spedito giù a Napoli a fare l’ordine pubblico, dice che c’era un brigantaggio enorme, difendevano con la sciabola, si vede che il papà l’aveva fatto studiare un po’: era già uno che più o meno ci masticava qualche cosa, o forse da militare. E allora addirittura faceva il maestro oltre che al postino, e ci aveva ‘ste api. Dopo mio papà faceva il postino come mio nonno e mio bisnonno: da padre in figlio, poi noi niente, abbiam lasciato perdere. Ma appunto mio papà ha cominciato a dire: Perché non proviamo a portarle? Aveva un amico che abitava lì in colonia. Mio papà e mia mamma hanno preso ‘sti alveari, li hanno messi legati tre o quattro a un bastone abbastanza grosso, un barò, li hanno appesi sotto con una corda. Poi uno davanti e uno dietro sono passati sopra Miretto, ci han messo un giorno per alveare. Dopo un anno o due poi han visto che il risultato non era poi quello che speravano. Poi più tardi, essendo amico del postino di Pontechianale, gli ha detto: “Portali su da me, lassù il miele è buono, di alta montagna”. Allora noi portavamo su le nostre, non tutte ma una buona parte, d’estate. E poi d’inverno portavamo giù tutte anche le sue. Le loro svernavano qua da noi e le nostre le portavamo per il periodo di accolta lassù, avevamo una specie di cambio. Quando poi mio papà mi aveva insegnato un po’, mi ero appassionato e avevo cercato di mettere su anche un allevamento di regine. Ero interessato, volevo addirittura lasciar perdere l’officina di fabbro per mettermi a fare quello, perché mi piaceva. Poi purtoppo mio papa è morto nell’85. Mio papà diceva sempre che c’era il detto che quando moriva il padrone le api se ne andavano via.Non è che morissero, ma se ne andavano via. Non è che sono andate, quell’anno c’e stata una pestilenza e sono morte tutte finchè ce n’era una sola e allora bon, poi ho lasciato perdere. Parliamo dell’85, non era poi tanto lontano ma non c’era il problema varroa come c’è adesso.

Esperimenti col “sistema grattacielo”

C’era un trattato di apicoltura che mio papà si era procurato, era un “sistema grattacielo”: si partiva con due famiglie e si arrivava con quattro, con in teoria un quintale o più di miele, che si ricavava da questo grattacielo. Bisognava avere un allevamento di regine, perché si cambiava la regina tutti gli anni perché veniva sfruttata al massimo. Si partiva con una famiglia normale, poi si stimolava la regina a deporre uova e man mano che la regina deponeva si metteva una rete escludiregina sopra la prima famiglia, dopodiché si prendeva un’altra arnia, si toglieva il fondo e si metteva sopra a quella lì, in modo che le api potessero passare sopra e sotto e la regina no. Bisognava prendere tutta la covata che c’era sotto e ficcarla lassù sopra e sotto mettere dei telai vuoti finchè si riempiva completamente e poi avanti un’altra sopra, sempre lo stesso procedimento allora c’era la famiglia sotto, due arnie che contenevano un sacco di api e per ultimo là sopra si metteva il melario, con la rete escludiregina e con una regina anche sopra, e a ogni piano loro uscivano e entravano di lì.
Sarebbe stata un’arnia moltiplicata per tre virgola cinque: aveva circa duecentomila api almeno. Solo che bisognava darci da mangiare perché morivano, allora è andato a comperare dello zucchero e ci ha dato da mangiare per quindici-venti giorni per tutti i giorni, e intanto il periodo di grossa raccolta era finito. Alla fine della fiera ha tirato fuori un po’ di roba ma si è stufato perché ha visto che ha dato un lavoro del cavolo, tutte le volte togli, monta, fai… fosse adesso, magari con una gru qualcosina, riesce meglio, solo che poi è una cosa che non ha preso piede. Facevo anche le regine, mi ero fatto un’arnia tripla, una famiglia per parte e a metà allevavano regine, mi facevo i cupolini con la cera e si andava a prendere le larve di tre giorni con un cucchiaino piccolo, dopo un po’ di giorni si andava a vedere se avevan tirato la cella
Avevo già l’officina ma lo facevo un po’ per passatempo il sabato e la domenica, ma il grosso lavoro di preparazione lo faceva mio papà: preparava i telai, li ripuliva, toglieva la cera, metteva la cera …Non tutte si fecondavano ce n’erano quelle che andavano perse.

Il miele lo vendevamo perché ne avevamo anche parecchio. Avevamo preso un anno, non so più se nel 78 o giù di lì, che aveva fatto un caldo micidiale, afoso, e d’estate era venuto fuori il miele verde, perché raccoglievano sulle foglie, il miele di melata. Tra i nostri clienti c’eran di quelli che storcevano il naso, non sapevano bene che cos’era, poi però quando lo assaggiavano… c’era una famiglia di Roma che arrivava qua a Sampeyre, loro se ne arrivavano direttamente coi secchi da 10-12 litri col tappo di plastica.
Si vendeva anche a gente del posto c’era il tam tam, il passaparola, ma più che altro a gente da fuori. C’era già il turismo, io l’ho sempre visto il turismo.
Anche con settanta casse arrivavamo a Natale che non ne avevamo più io so che quell’anno lì, il famoso anno della melata ne avevamo fatto un bel po’, quattro quintali o giù di lì , mio papà era tutto preoccupato: adesso cosa ne facciamo di tutto quel miele? Io dicevo: lo mettiamo lì, qualcuno verrà a comperare. Ben, siamo arrivati a Natale che non c’era più.
Chi veniva su comunque era tutta gente del ceto medio e poi finiva che spendevano, quei pochi che venivano, adesso viene su un sacco di gente ma…

Arrivano i nomadisti in Val Varaita

I nomadisti sono arrivati dopo, c’era già qualcuno che veniva su, ma i nomadismi quelli veri e propri, quelli che poi secondo me son quelli che hanno portato su le infezioni, che han fatto morire tutto, secondo me è così…poi magari non è così!. Quando avevano fatto il Consorzio di Cussanio, la Cooperativa, erano venuti su a Sampeyre, avevano parlato in Comune. Non so bene dove erano andati, avevan detto che avrebbero voluto fare un corso per gli apicoltori di montagna , se fossero stati interessati a come si mandava avanti un apiario coi sistemi moderni. Infatti eravamo andati in molti a sentire quattro o cinque serate dove spiegavano come fare per evitare la sciamatura, la creazione di famiglie e nuclei, la produzione di pappa reale e secondo me era stata una cosa buona perché aveva portato una ventata di novità in valle. Infatti poi tanta gente si era messa di nuovo a tenere le api. In seguito a quello quelli lì venivano su e portavano su i loro apiari infestati, e ne avevan messi dappertutto, ce ne sono ancora adesso, poi era venuto fuori il discorso che c’era una legge che diceva che dei nomadisti dovevano mettere i loro apiari in un raggio di tre chilometri dagli stanziali, allora se metti un apiario qua tre chilometri di raggio prende fino a… poi c’erano state delle discussioni, s’era bisticciato. Poi nel giro di qualche anno è scoppiata questa epidemia di peste americana, che poi uno non si può difendere. Fosse peste europea, uno si difende ancora, ma lì dovevi buttare via tutto, bruciare… non si poteva neanche recuperare il materiale, telai e arnie, perché le spore rimangono lì. C’era da ripartire da zero
Questa legge nessuno l’ha mai fatta rispettare, esiste tuttora ma io vedo che non viene rispettata perché ci sono api da tutte le parti, d’estate.

Già tanti anni venivano su, ma piùttosto dalle parti di Casteldelfino e Pontechianale perché su a Casteldelfino c’era Feliciòt Gaude era uno che ne aveva un mucchio, poi uno a Frassino che sarebbe il papà della maestra Bastonero erano quelli più grossi. Da noi qua (a Sampeyre) non venivano, han cominciato a venire in seguito,dal Roero, e poi andavano anche nelle altre valli, ho sentito dire che anche in Valmaira avevano”invaso” la valle un po’dappertutto, e a un certo puntosi sono trovati tutte le arnie giù nel fiume: la gente parlano poco ma fanno di più e allora poi non le han più portate. Han fatto anche portar via i cervi di là, si sono aggiustati in modo che ‘sti i cervi sparivano.
C’erano andate su delle guardie per controllare ‘sti cervi su dietro il Pergo. Quando sono arrivati sul poggio han cominciato a sentire sparare. Giù un cervo, giù un altro… non si sono mica fidati tanto ad andare avanti, e allora sono tornati indietro. Quando sono spariti dalla vista dei cervi gli spari sono anche smessi, allora han capito, allora son saliti su il giorno dopo con tutta una serie di gente e quei cervi li hanno mandati qua in Valvaraita. Dopodiché quelli di Chianale si sono messi a litigare, a protestare, perché saltavano negli orti, allora chi era responsabile di tutte queste bestie qua ha detto “No, no, non sono quelli della Valmaira, sono quelli della Francia, del Cheirasco che sono venuti in qua… Solo che su al Colle dell’Agnello c’erano ancora due o tre metri di neve: non si riusciva a capire come avevano fatto ad arrivare fin qua, e poi chissà perché tutti in Valle Varaita , e così è stato.

La montagna sfruttata

E’ sempre stato terreno di conquista, ma adesso di più ancora, perché è come la storia del “Mondo dei Vinti”: non è mica finita. L’unica ricchezza della montagna era l’acqua, adesso è andata a finire in mano a quelli della pianura. Esula da tutto il discorso delle api, è solo per mettere un piccolo punto alle cose come stanno. Su di qua il vecchio detto del dividi ed impera dei tempi romani continua a esistere adesso, perché se no si sarebbe potuto benissimo fare un consorzio di valle coi sindaci della valle. Dopodiché l’acqua è nostra noi la gestiamo. Se la pianura la vuole ce la paga. Cerchiamo di tirar su due soldi e di migliorare le condizioni qua. Solo che poi tra comuni non si possono vedere, tra sindaci neanche, allora si è dovuto fare un Consorzio più allargato i voti vengono divisi per numero di abitanti,noi qua siamo nessuno e allora anche lì abbiamo perso un’altra battaglia, un po’ come la storia delle api. Adesso la storia dei nomadi che vengono su vanno dai soliti e poi li mettono nei posti recintati perché forse hanno paura che succeda come in Valle Maira , poi gli danno due soldi e un po’ di miele qualcosa così. Secondo me noi qua siamo proprio aggrappati alla montagna. Adesso c’è mio figlio che vuol fermarsi qua, fa bene, per carità perché se no finisce tutto. Come abbiamo tribulato noi penso non tribulerà mai degli altri. Siamo penalizzati un po’ su tutto.Quello che è brutto è che la montagna non ha mai voce in capitolo perché quando si tratta di venire a cercare i voti tutti vengono …dopodiché non li vedi più, poi chi se ne frega perché a Sampeyre siamo sei settecento votanti che è già un comune grosso, Casteldelfino credo sia di cinquanta cento. L’onorevole va a Lagnasco, lì dove ci sono i consorzi delle mele e delle pere e dei kiwi, laggiù ci sono i soldi, ma noi su di qua…giù c’è la gente, c’è l’economia, c’è tutto. Da noi qua vengono ogni tanto, fanno i convegni sulla montagna, a un certo punto ci metteranno dentro una teca di vetro… che poi servono per mangiare quattro soldi e fare una cena al ristorante, punto, finisce lì. Infatti la gente del posto non va. Piccoli politici della valle, della comunità Montana. Poi tanti progetti, ma non si sa perché non sono mai professionisti della valle che li fanno, ma gente che arriva da chissà dove. Secondo me però adesso le cose vanno cambiando perché con questa crisi che è venuta fuori va a finire magari che qualcuno viene ancora su di qua. C’è la Michelin che sta chiudendo a Torino, se chiudono poi anche a Cuneo, è un primo indizio, vorrei sbagliarmi ma tra due anni ci sarà un bel po’ di gente senza lavoro e magari con case pignorate se han fatto mutui per avere un tetto sulla testa. Proprio oggi al telegiornale del Piemonte sentivo che a tutt’oggi han già superato non so di quanto i pignoramenti dell’anno scorso.Non sono dei delinquenti, è gente che purtroppo ha perso il lavoro, non ha più potuto far fronte a un mutuo e quindi han fatto quella fine lì. Se vogliamo, noi qua non si sta ancora male dal punto di vista economico a differenza di quello che era nell’immediato dopoguerra, quando c’era un sacco di gente che poi è emigrata, tutti in Francia. Alla fine dell’Ottocento andavano in America, mio nonno stesso è stato in Argentina per sette anni, dopo per un caso è ritornato, se no sarei nato là. E poi la montagna ha sempre fornito gli alpini da mandare a morire in Russia piuttosto che sul Carso o da qualche altra parte. Guarda i monumenti che ci sono in giro, ci son delle liste tante di caduti, non è per fare le vittime ma siamo sempre stati un po’sfruttati, il mondo contadino. Adesso non più tanto, ma allora erano tanti i contadini. Chi aveva due mucche stava bene, chi ne aveva quattro era ricco, nel mio ricordo. Fino anni 50-60 giu di lì. Noi avevamo addirittura cinque mucche, eravamo quasi i più ricchi del comune, di fronte alla gente. Adesso con un affare del genere cosa fai?

Trentamila capi di bestiame

E sempre tornando al discorso delle api mio padre raccontava un aneddoto, non so se poi è successo, ce n’era uno che passava un po’come il Bertoldo della famosa storia di Bertoldo e Bertoldino, uno che aveva il podere, le sue cose. E’ arrivato uno che voleva comperargli le mucche ma non voleva dargli niente e allora lui: “ Sì, sì, va bene, mi dai un tot per ogni animale che io ho. Io ti do tutto, mi paghi un tot per ogni animale, grossi o piccoli”. L’altro ha studiato un po’:”Avrà delle galline, avrà dei conigli, però aveva le mucche, faceva una buona media…” Allora quando è venuto su che ha caricato la baracca, han cominciato a contare. C’erano tre o quattro mucche, poi c’era l’asino. poi c’erano le galline poi c’erano i conigli… Poi han moltiplicato, e lui dice: “Mica è finito lì!”, c’erano quattro alveari, e lui gli fa: “Là dentro ce ne sono trentamila per posto, se non ci credi valle a contare!” E’ una storia che mi raccontava mio papà.

Noi ai nostri tempi gli sciami ti partivano, allora ci correvi dietro con una falce, o un martello e ci picchiavi sopra per fermarli. Dicono che quello li fermava, io l’ho fatto. Mio papà mi mandava in giro, uno era partito si era fermato lì davanti all’apiario…si fermano, si fermano…ma poi sono di nuovo partite, allora dagli dietro! Poi sono andate fino alla Roera, un bel pezzo, poi sono andate a ficcarsi su un frassino,ma in punta a dieci o quindici metri di altezza. Ben, mio papà è andato a prenderlo. Mio papà era un gatto a andare sugli alberi, era una cosa di famiglia c’era anche un suo cugino di Morero, anche quello lì andava fino in punta. Allora avevi la scala a pioli, di legno, cinque metri al massimo. E da lì andar su, se era un albero bello che tutti gli anni venivano tagliati i rami, era quasi una scala, uno saliva. Ma se non avevi tagliato i rami… Era salito su con la sega, pian pianino aveva preso ‘sto ramo, l’aveva tagliato, poi l’aveva legato con la corda, pian piano è andato giù e sotto si era preparatole cassettino e poi l’aveva legato lì all’albero in modo che le api che erano ancora in giro andassero a finire tutte lì.
Era andato a prenderne uno che era nel sopraluce di una porta di signori francesi. Avevan già fatto la cera, ha tagliato la cera, messa nella cassetta e portato via tutto.

Non so se oggi il miele vale come allora,anni ’70-’80. Quell’anno che avevamo fatto tanto miele io mi ero arredato la camera da letto mia. Mio papà e mia mamma si erano rifatti la camera da letto loro e ne avevamo ancora avanzati un bel po’. Poi è cominciato a arrivare ‘sto miele argentino. Il problema grave dell’apicoltura è che non si è evoluta. Qui in montagna c’è tanti prodotti di nicchia, ci sono le nostre mele che sono proprio miele autoctone, si trovano solo qua, da nessun’altra parte. Probabilmente nessuno ci ha mai pensato, non è che non si vuole fare, siamo talmente in pochi…
Se no sarebbero prodotti di nicchia che secondo me avrebbero un ottimo mercato perchè ormai la gente cerca. Anche il nostro miele avrebbe un grande futuro, il miele della montagna.
Questi giovani, adesso il pallino è in mano loro. Intanto hanno avuto la fortuna di aver studiato un po’ di più. Io son stato già privilegiato perchè sono riuscito ad avere un titolo di studio che era già equiparato alla terza media. Allora c’era il famoso avviamento, sono uno dei pochi della mia generazione che ha potuto studiare fino a quattordici anni, avrei tanto voluto andare oltre, solo che mio papà aveva già finito i soldi. Però secondo me avete la possibilità. Sarà complicato perché se voi saltate fuori a chiedere un marchio di qualità ci saranno sicuramente le Langhe e il Roero che saltan su: “lo facciamo noi!”

Montanari e langaroli

Noi andavamo a comperar le uve giù di là, in Langa, un anno andavamo a raccogliercele. Prima andavi a veder la vigna: se fossero andati in cento a comprare l’uva facevan vedere a tutti la stessa vigna!
Dopodiché andavi giù, raccoglievi è successo a me a venti, venticinque anni. Eravamo andati giù a raccogliere perché poi più tardi veniva giù il camion per caricare. Allora eravamo su di sopra in cascina, caricavamo un trattore cingolato lì poi andavamo giù a scaricar le cassette e io mi sono attardato un momentino: “No, no, io vengo su a piedi…”, vado su un po’e mi giro indietro e vedo un ragazzino-avrà avuto dodici anni -che tirava fuori delle cassette dal garage e metteva dentro le altre. Loro erano andati a prendere queste uve chissà dove, ci cambiavano le uve.
Allora doppia beffa, perchè noi eravamo andati a raccoglierci l’uva per sapere cosa ci portavamo a casa, gli altri ce le han pure cambiate e allora è venuta fuori una grana che non finiva più. Il camion era arrivato, e il camion costava caro, prendeva un giorno. Allora abbiamo mandato al diavolo quello lì e abbiamo cominciato a girare finchè abbiamo trovato delle uve, perché non potevi venire a casa col camion vuoto, dovevi pagarlo, ed è stato l’ultimo anno che siamo andati a cercar l’uva giù. Dopo a un certo punto sono andati in crisi venivano su a cercare di venderci uva perché non c’era più nessuno che andava a comperarla, poi han tirato fuori ‘sto Slowfood, sono state quelle cose lì che li han tirati fuori. Adesso son carichi di soldi che non finisce più. Noi qua siamo in un paese turistico dove la roba non è che costa poco. Noi se capitiamo giù di lì andiamo anche al supermercato qualche volta, per salvare due soldi. Quei signori lì quando vengono su da Alba che vengono a far la spesa qui a Sampeyre… Adesso forse sono cambiati i langaroli perché sono già generazioni dopo, ma quelli che ho conosciuto io…Quando andavamo a prendere le uve giù di lì loro facevano cuocere la faraona. Quando avevi caricato tutta la baracca intanto c’era sempre la bottiglia, ti mettevano già un po’…, poi non so se era faraona, mangiavi come un bue e poi quando uscivi di lì non ne capivi più niente e chissà cosa facevano. Andavi giù e quando caricavi ‘ste uve misuravi e facevano venti ventuno ventidue più di saccarina, andavi su le misuravi e facevano diciotto e mezzo! Perso nel viaggio!

I bombi e le vespe

Quando eravamo ragazzi andavamo a fare il fieno con la falce. Poi mio papà ha comprato la falciatrice, eravamo già signori. Quando andavamo a tagliare questo fieno trovavamo un nido di bombi. Allora ce n’eran di quelli rossi, di quelli bianchi un po’ neri, di quelli neri un po’bianchi e facevano il nido in piccole infossature del terreno e si coprivano la loro cera con del muschio. Andavano a prenderlo in giro e quando ero ragazzino e mio papà andava a tagliare il fieno gli dicevo: “quando trovi un nido di bombi metti un segno”, allora lui prendeva un bastoncino e lo piantava. Io andavo, avevamo la scatolette della carne, andavo lì di sera, toglievo tutto e mettevo dentro le scatolette.Mi facevo anche pungere un po’ Poi la lasciavi due o tre giorni andavi la notte chiudevo e me la portavo a casa e lo mettevo sul balcone. Un anno ne avrò avuto dieci quindici. Poi mi prendevo una paglia di grano e mi succhiavo il miele, era buono…
Noi capivamo dai bombi e dalle vespe l’andamento della stagione, se c’erano tanti bombi quando tagliavi il fieno, stai tranquillo che quell’estate lì era un’estate estremamente piovosa, e se invece non c’erano i bombi trovavi le vespe, ma lì era diverso, perché quando arrivavi a tagliare il fieno e trovavi un vespaio ficcato nel terreno lasciavi tutto lì e scappavi, se c’erano le vespe stai tranquillo che era l’estate della siccità e non sbagliavi, era così.
Qualche bombo lo vedo in giro, ma proprio i nidi non li vedo più, adesso poi con la falciatrice spacchi tutto.

Vita di una volta in valle

Noi finivamo scuola verso il venti di giugno ed era già in pieno periodo di fienagione, si cominciava verso fine maggio e allora si tagliava tutto a mano e quindi la fienagione durava anche più di un mese, non si tagliavano grosse estensioni come oggi. Un pezzo per volta, e poi dovevi girarlo tutto a mano, te lo portavi a casa sulla schiena. Abbiamo tutti un bel mal di schiena, da qualche parte mi è venuto… Poi non era in piano, era ripido…Ma era una bella vita al di là delle faticacce che bisognava fare. Comunque c’era un tessuto sociale che andava bene, lasciamo perdere l’estate, tutti da fare fin sopra la testa, ma a partire dai Santi in avanti c’erano le varie tradizioni. Potevi mandare le pecore in quello di tutti. C’erano delle date fisse. Non c’era la televisione né niente, la sera ci si trovava nelle stalle e c’era la famosa vegliata. Allora i bambini giocavano, le donne chi faceva a maglia chi filava, e gli uomini preparavano per far le slitte, facevano le corde, e lì si chiacchierava. Facevi cuocere due castagne o due patate. Verso novembre si faceva il pane per l’inverno per la famiglia. Ma non tanto per la famiglia, per gli animali si faceva il pane piuttosto di crusca, che sarebbe servito per fare il pastone per le mucche. Allora si faceva turnazione: il primo che scaldava il forno prendeva un po’di legna da tutti gli altri perché per scaldare il forno la prima volta ci voleva più roba. Scaldavamo con le fascine, legno piccolo, allora nella borgata ci volevano dodici, tredici fascine per scaldare il forno: era grosso, cuoceva cento e passa pani. Gli altri dopo si trovavano già il forno caldo, usavano circa la metà. Alla fine quando si tirava fuori il pane che il forno era ancora caldo si faceva la famosa torta, quella dolce e quella salata. Sono ricordi lontani, c’era mia nonna che lo faceva, mia mamma non lo ha mai fatto. Metteva due strati di pasta, in mezzo ci metteva della verdura, delle rape, un po’di tutto e poi, dopo il pane, siccome era più sottile, cuoceva. E facevano la torta di mele, sempre per sfruttare bene il caldo del forno.

Studiare da fabbro

Io ho ancora visto tutto questo di sfuggita, parliamo della fine degli anni sessanta forse anche prima, perché poi è sparito tutto. Quando Giovanni Agnelli ha avuto bisogno delle braccia del papà per fare la Cinquecento è finito tutto. Giustamente la gente voleva riscattare la miseria che aveva patito e sono andati. Poi non c’era possibilità di sviluppo, sono andati via. Poi c’erano i pazzi come me che avrebbero trovato un posto di lavoro anche in banca, perché ai quei tempi là …non avevo voglia di andarmi a ficcare in banca. Mio papà faceva dei salti alti così: “E’andato a studiare!” “Cosa vuoi fare? Se vuoi teniamo le mucche, prendiamo due, tre mucche più. Io però le mucche le avevo prese in odio perché son sempre andato al pascolo con le mucche. Io ero il più piccolo e il più piccolo andava al pascolo con le mucche, non scappavi di lì, era la regola e io odiavo quella parte anche perché una volta era caduto un fulmine ed ero rimasto intontito. Mio papà è venuto a prendermi, io avevo perso le mucche. Era poi stato il cane che aveva accompagnato mio papà a trovarmi dov’ero, perché aveva portato a case le mucche.Mio papà e mia mamma avevano visto che arrivavano a casa le mucche e io non c’ero. Raccontava sempre che aveva chiesto al cane: “Dov’è Sandro?” e l’altro ha abbaiato due volte ed è partito, e lui dietro. Solo che io mi ricordo di questo fulmine che mi è caduto proprio davanti al naso. Era un pino e mi ero appena tolto di lì, si era messo a piovere e io mi ero rificcato sotto il pino, poi mi era venuto in testa che mio papà mi diceva: “quando piove non star sotto una pianta” e così mi ero spostato un po’: era stato scortecciato completamente, il fulmine gli aveva fatto un giro intorno. Mio papà si era arrabbiato: “devi decidere cosa vuoi fare!” “A me piacerebbe imparare a fare il meccanico e il fabbro”. Allora lui era amico a Sampeyre con uno che gli portava la moto ad aggiustare. Perché lui aveva imparato a andare in moto a cinquant’anni e non sapeva il motore che cos’era! Ho cominciato a lavorare e da lui poi son stato così pazzo da prendere questa attività qua. Mi ritengo già un fortunato perché sono riuscito a fare quello che mi piaceva, ho potuto scegliere. Se uno lavora per forza, poi tribola.
Sono stato amministratore del ricovero, consigliere comunale e assessore, sono stato per tredici anni in Croce Rossa. Adesso mi limito a fare il donatore di sangue ogni tanto.

Sono andati un bel po’ a comprare pacchi d’api in Toscana nell’85

A quei tempi là c’era l’Emilia Romagna che era forte come apiari e poi c’era il Comasco.
A noi per farci entrare per forza in Cooperativa ci hanno inventato la storia che non avremmo potuto vendere il miele per conto nostro, già allora bisognava mettere il marchio, il sigilllo dovevi chiedere all’ASL
Il fine ultimo era quella di invadere la valle, memori dell’esperienza della Valmaira hanno cercato di partire da un altro sistema. Sono partiti con l’apiario sperimentale della Valle Varaita che era presidente il sindaco di Casteldelfino. E’ tutto partito da lì, lì probabilmente un po’ di soldi giravano, c’è ancora il posto dell’apiario.
Loro facevano la voce grossa, portavano le loro api. Noi abbiamo cercato di fare fronte comune per difenderci un pochettino da questa invasione. C’eravamo rivolti ai Coltivatori Diretti, io non ero qua e mio papa era pensionato parastatale, ma c’era tanta gente che erano coltivatori diretti e si erano rivolti alla loro associazione, solo che quelli laggiù contavano di più. E io ero giù a Cussanio, ero andato a prendere il famoso melittosio, zucchero denaturato per nutrire le api, dopodiché pretendevano che bisognava dargli il miele, dargli la cera. Mio papà ha trovato uno a Cuneo che ritirava la cera, e lui prendeva i fogli cerei. Era lì in Borgo Garibaldi, dopo Piazza Galimberti: Chiappello. Portavamo lì i pani di cera e ce li pagavano pure bene. E poi venivano su i mobilieri a prendere la cera e la pagavano pure bene, per quello dicevo che una volta l’ape era una ricchezza. Adesso è diventato tutto troppo appiattito, per questo ho detto che non capisco perché non si è pensato a fare la doc sul miele.

Da noi avevamo grano. Loro lassù, grano saraceno, segale e un po’di patate. Partivano, andavano su nell’Alevè con dei sacchi e li riempivano di pinoli. Li rompevano tutti e li portavano a un frantoio che c’era qua e facevano l’olio coi pinoli dopodichè recuperavano la truietta, quella che rimaneva e facevano delle specie di torte e se le mangiavano pure. Mia mamma diceva che quell’olio lì lo usavano solo nelle grandi occasioni, perché quando ne facevano tanto, ne facevano un paio di litri”.