Storia

Pietro Piovano e l’apicoltura Grognard

|   Pietro Piovano e l’apicoltura Grognard nel ricordo di Massimo Carpinteri

a cura di Paolo Faccioli, gennaio 2008

“Se fosse ancora vivo, avrebbe più di novantacinque anni. Era una persona molto semplice, ma molto intelligente e molto appassionata alle api. Basti pensare che era maestro di scuola, e nel giardino della sua scuola c’era un apiario che accudivano i bambini. Noi oggi pensiamo ad apiari sperimentali in cui portare le classi; la sua classe, dalla prima elementare, aveva a che fare con le api. Erano anni in cui, se un bambino veniva punto, nessuno protestava. Poi però ha dovuto smettere proprio perché un bambino è stato punto sotto un occhio, ahimè, alla vigilia dell’esame di quinta elementare, e non ha potuto dare l’esame perché ha avuto una reazione brutta. Così è finito l’apiario della scuola. Quando è andato in pensione ha deciso di mettere su un allevamento di api regine. Si era tra la metà e la fine degli anni 70; per il Piemonte, soprattutto per la Provincia di Torino, è stato un piccolo allevamento di qualità che ha veramente fatto un grosso lavoro con la Sicilia, la Sardegna, il Sud. Ha aperto per il Piemonte un mercato che per l’ Emilia era già ampiamente aperto.

Grognard
Parliamo di una generazione di persone gelose del proprio lavoro. Io ho cominciato a tenere le api nel ’73- 74, e ho conosciuto tanti che mi hanno detto che i loro segreti se li sarebbero portati nella tomba. Oppure mi hanno detto una cosa per l’altra per non farmi imparare. Lui era una persona assolutamente aperta, e a me ha dato tutto. Ho lavorato con lui per tre anni, alcuni giorni ogni settimana, quelli più intensi nel lavoro con le regine. Sono arrivato lì che di apicoltura sapevo qualcosa perché avevo una cinquantina di alveari, avevo imparato un po’da me, letto qualcosa sui libri.
Mia mamma era maestra, ed era sua collega di scuola. Erano abbastanza amici. Quando gli ha detto che suo figlio cominciava a occuparsi di api, le ha detto: “Mandalo da me”.
Aveva già più di sessant’anni, e io –nel 79-80, ne avevo trenta, avevo già la mia azienda dove avevo le api e altre cose. Un amico mi aveva lasciato due alveari e fin dal 73 ho cominciato a occuparmene, poi nel 74-75 ne ho messe di più. Poi ho fatto il corso di esperto apistico, nel 76, a Bologna. Lui ci era andato l’anno prima e mi aveva detto “Vai, tu che sei giovane, così entri un po’ nel mondo”. Andare da lui mi ha cambiato tutto, sono diventato davvero un apicoltore. Dopo ho imparato mille altre cose di apicoltura, ma vivendo di rendita su quegli anni.
Ripensarci mi commuove… La cosa bella che aveva è che non si è mai considerato una persona che sapesse tutto. A differenza di tanti altri, era un apicoltore esperto per i suoi tempi. Faceva parte di quel gruppo di apicoltori cresciuti con don Angeleri, eppure, quando si è messo a fare regine, ha improvvisato. Aveva sempre un quaderno dove si appuntava tutti i quesiti, ogni due o tre mesi faceva un viaggio a Bologna a trovare Dalbagno con cui aveva una grossa amicizia: faceva tutte le domande a uno che considerava più esperto di lui. E per quei tempi, con gli apicoltori di qui tempi, voleva dire ragionare con un giovane e non con un vecchio.
La sera, quando avevamo finito di lavorare, ci sedevamo davanti all’ultimo bicchiere (ma non è che io potessi stare al suo ritmo…), e discutevamo tutti i problemi e le cose particolari che erano uscite durante la giornata per vedere come risolvere. In apicoltura, quando lavori in modo abbastanza intenso, soprattutto sulle regine, di cose strane ne vengono sempre fuori, e anche da me che ero il suo allievo, e un apicoltore dell’ultima ora, accettava un consiglio. Era una chiacchierata alla pari su come risolvere mano a mano tutti i problemi che uscivano. Queste erano le cose belle, credo che non ci sia molto da dire da un punto di vista tecnico.
A casa sua la maschera non si poteva mettere, secondo gli insegnamenti di don Angeleri, che chi ha paura delle api vada a fare altro… se vedi le vecchie foto, erano tutti vestiti eleganti, col cappello, ma mai con la maschera. Io che ero abituato a giubbotto e guanti, mi sono trovato lì a vergognarmene. Il cappello di paglia col velo si teneva, ma il velo si teneva arrotolato sotto al cappello, perché se proprio le api ti aggredivano potevi tirare giù il velo. Ma lavorando con le regine non si può tenere la maschera, perché devi vedere bene. C’era un affumicatore fetentissimo e intossicante che andava coi trucioli che producevamo facendo le gabbiette delle regine: aveva tre trapanini, una fresetta e un seghettino circolare in una cantina, e d’inverno lo aiutavo a fare i lavori, in compagnia dell’immancabile bottiglione. Alle 11, cascasse il mondo, c’era il Bitter Campari. Mi ha fatto pena quando era all’ospedale, ormai senza speranza. Io ero andato a trovarlo e ad un certo punto ecco che la moglie apre un cassettino e toglie una bottiglietta tutta avvolta di carta stagnola. “Che medicina è che gli date?” Era il Campari! Ma è morto per questioni di cuore, non di cirrosi epatica. Saranno dieci anni, aveva un’ottantina d’anni.

Massimo Carpinteri giovaneLui abitava a Torino e aveva l’apiario a Castiglione Torinese sulla strada che da Castiglione sale verso Chieri. Si era appassionato da ragazzo, a sedici-diacassette anni, e ha sempre avuto le api. C’era don Angeleri, c’era un gruppetto intorno a lui a Reaglie. Erano un gruppo di amici della stessa età, c’era Capretti, che è stato presidente del Consorzio di Torino, c’era il maestro Lavasso, di Chieri, c’era Cavallito di Carmagnola, Ceriana di Carmagnola, insomma, i vecchi apicoltori di riferimento della provincia di Torino. Quando è nato il Consorzio, che ha avuto sede a Reaglie, è stata una gioia per loro: la possibilità di trovarsi il sabato con la scusa dei corsi era soprattutto un momento per scambiare idee.
Ha partecipato alla fondazione del Consorzio di Torino, e, prima ancora, dell’UNA, L’Unione Nazionale Apicoltori di cui è stato tesoriere e segretario: nessuno si ricorda più dell’UNA, che di fatto non è mai stata chiusa, ma è finita alla fine degli anni 1970, e ne sono stato io stesso vice-segretario.
Lui era in pensione e lo faceva perché gli piaceva, ma doveva anche ricavarci un reddito perché se no non avrebbe avuto senso. Ma la prima cosa era il fatto che gli piaceva. Era arrivato un momento che aveva venduto quasi tutte le api e doveva smettere. Peccato che s’era tenuto due o tre famiglie: l’anno dopo aveva di nuovo un apiario, perché non lo tenevi senza api.

Quando ero da lui, era venuto a imparare Zeppegno. Era un ragazzo molto in gamba, faceva l’operaio in fabbrica, aveva un po’ di api e abitava sulla collina di fronte. E voleva sviluppare un po’ di più l’apicoltura. Un giorno si è presentato lì, canottiera e braghe corte, sigaretta in bocca e cappellino di paglia -era la sua tenuta da api-, a chiedere a Piovano se poteva venire a imparare. Lui subito tutto contento. Era uno veramente in gamba e avrebbe potuto diventare un grande allevatore di regine, ha messo su un bell’allevamento con dei concetti giusti, se li vedi dal punto di vista di un ricercatore, sbagliati se li vedi dal punto di vista di uno che deve mangiarci. I nuclei di fecondazione erano portasciami da sei favi. Per lui una regina doveva deporre almeno nove giorni prima di essere venduta… Per un certo periodo è venuto regolarmente.Quando è stato vecchio e ha chiuso l’allevamento, Piovano l’ha lasciato in gran parte a me, in parte anche a Zeppegno. Io poi ho fatto allevamento di regine per qualche anno.

Lavoravamo sugli alveari tripli, i cassoni a tre scomparti. Ma abbiamo cominciato a pensare che forse si poteva fare a meno di famiglie così grosse e poteva bastare una famiglia da 12 telaini con una parte orfana accanto, quei cassoni gli sembrava che fossero lo spreco di una famiglia, se c’era bisogno di covata la si andava a prendere. Quindi facevamo le celle nuove in questi cassoni più piccoli del cassone tradizionale, e una volta opercolate si spostavano e si lasciavano al caldo su dei doppi melari –a lui non interessava il miele-, nei secondi nidi in verticale, quello che adesso si fa con l’incubatrice. Come nucleo di fecondazione usava quello di Lega a due scomparti. Si partiva in primavera costruendo i nuclei , cercavamo nelle arnie i favi brutti, ritagliavamo la covata -così intanto toglievamo i favi brutti- con una mestolata di api, la cella reale…una cosa normale.
Una cosa buffa per i nostri tempi, in cui tutto dev’essere perfetto: noi il picking lo facevamo tagliando un pezzo di lamiera sottile, qualsiasi cosa trovavi, a triangolo, gli toglievamo la punta, piegavamo ed avevamo il picking. Un pezzo di giornale sul tavolo, un legno che teneva su il favo, tagliavamo le celle col coltello abbassandole, man mano facevi un segno a matita sulla stecca. In una mano avevi la pila per guardare bene, nell’altro il picking. Ne facevamo di innesti… E d’inverno preparavamo i cupolini.

Massiomo Carpinteri oggiNon faceva nulla né per fare il miele un po’ migliore né per farne di più. Lo vendeva, lo portava al negozio di Don Angeleri o a quello che c’era in via San Quintino o a quello che c’era in Via Gramsci a Torino. C’erano tre negozi d’apicoltura a Torino, quello di Via San Quintino era il meno importante, quelli storici erano quello di Don Angeleri, in Corso Giulio Cesare, tenuto dalla sorella, e quello di Via Gramsci. E’ stato importante, ma una delle infamie dell’apicoltura piemontese…A Casale c’erano due fratelli, che si chiamavano Croce, che avevano sicuramente la più importante azienda produttrice di materiali apistici del Piemonte. Solo che i fratelli non vanno mai d’accordo, si sono divisi e uno è rimasto a Casale, quello da cui poi è nato Pitarresi. Così da un’azienda grande se ne sono sviluppate due piccole, rubandosi un po’il mercato. Entrambi avevano lavoro, ma da quello di Torino venivano su anche i siciliani a comprare, aveva una dimensione nazionale e vendeva sia materiale apistico che miele. In pieno centro di Torino…era un posto assurdo per un negozio di apicoltura, e adesso c’è un negozio di moda. Si chiamava AIA, Azienda Italiana d’Apicoltura.
Erano tempi che andavi a chiedere con la mano dietro, quello che ti davano ti davano. Pesavano, cercavano di darti qualche telaio, dei fogli cerei… allora facevano i soldi alla grande. Pagavano niente, facevano i fogli cerei di ottanta grammi e poi ne davan dieci per un chilo di cera, meno lo scarto, e in più pagavi la lavorazione… vecchi trucchi da commerciante. Stalè era lontano, ma era più piccolo. Stalè ha fatto la sua fortuna sulla cera, perché era l’unico che la lavorava. Tutti passavano da lui per trasformare la cera. Ho ancora un modello di arnia che aveva fatto il padre di Stalè, Charbonnier, il nonno della Nives che c’è adesso: in Val Pellice si usava un’arnia più stretta, favi alti uguali, ma stretti, meno profondi, un po’ come la Campero ma più grande.

Quale era la sua idea di una buona regina? Erano le idee di un tempo, lui andava secondo i vecchi e normali criteri: una buona regina doveva fare delle buone covate e del miele, sciamare poco. Aveva una buona selezione, c’è gente che quando ha smesso l’ha rimpianto per anni: regine abbastanza docili e ben produttive, non queste in stile americano, che fan tanta covata. Allora neanche le emiliane avevano così tanto queste caratteristiche. Allora si guardava tanto anche la bella corona di miele di scorte per l’inverno.
Ogni anno prendeva alcune regine soprattutto da Dalbagno, Tortora, Lama e anche Avoni, un personaggio dell’apicoltura emiliana che faceva poche regine, ma roba bella. Era contento se poteva farsene dare qualcuna
Tutti gli anni rinsanguava un po’ con qualche regina scelta di questi allevatori. La provava, se andava bene la collocava tra le madri. Se un anno prendeva da Dalbagno, l’anno dopo prendeva da Tortora, aveva anche questa idea di non creare troppa consanguineità.
Anche se allora non si parlava ancora di vero e proprio allevamento di fuchi, da alcune regine raccattava favi brutti costruiti a fuco, per allora era già un concetto non da poco.
Aveva un unico apiario, una striscia di terra lunga e stretta dove c’erano due file di nuclei e in fondo l’apiario vero e proprio, due file di patate, qualche pianta di zucchine, un po’ di insalatina per farci pranzo.
Aveva due figli, e uno era allergico al veleno d’ape. Uno era ingegnere elettronico, l’altro dentista; delle api non gli importava niente. La moglie invece era sempre con lui. Partivamo tutte le mattine lui, la moglie, il cagnolino e io, si passava a prendere la focaccia, un minimo di spesa e si andava all’apiario. La moglie faceva da mangiare. Lei si occupava delle gabbiette spedizione, teneva buoni i clienti, ma non aveva a che fare con le api direttamente.

Spediva regine anche in Sardegna e Sicilia, io ho ereditato i suoi clienti siciliani. Allora ti chiedevano non api che siano buone, ma api chiare, e allora, quando nascevano api più scure, lui le eliminava. Le nere io poi le ho riciclate. Per un periodo dell’apicoltura italiana la regina doveva essere gialla dalla testa alla coda, ma se tu vai a vedere nei vecchi standard, in realtà aveva fino al terzo anello nero scuro. Ho cominciato a chiamare “ibridi” quelle più scure e hanno avuto successo. Se avevi richieste dalla Val d’Aosta andavano bene, ma era dal sud il grosso delle richieste.

Cosa mi ha lasciato? A parte le cose tecniche, umanamente, il fatto di non aver segreti, di essere aperto verso gli altri, cosa allora quasi inesistente. E la voglia di stupirsi sempre e di andare a cercare una ragione delle cose, di non dare niente per scontato. L’apicoltura ogni giorno ti pone un problema differente, che devi discutere e risolvere. Credo che questa sia l’eredità che mi ha lasciato.
E’ una grande eredità, anche se sembra una piccola cosa. E’ un fattore di crescita, soprattutto se pensiamo che stiamo parlando degli anni 70. Non c’era la Professionisti, allora. Allora c’era il buio…”

San Paolo Solbrito, 30 novembre 2007