Storia

Paolo Ferraro – Capitano di api

 

 

Paolo Ferraro. Capitano di api. Un uomo che ha investito nelle proprie passioni

Paolo Faccioli, febbraio 2006

Paolo Ferraro fine anni '30 circaIl cav. Paolo Ferraro è morto il 12 marzo 1994, tra le braccia del figlio Edoardo. Solo qualche giorno prima aveva seminato due campi a facelia. Ha chiuso gli occhi senza neanche un giorno di ospedale.
Su nessuna delle diverse riviste di apicoltura è possibile trovarne un necrologio. Eppure Paolo Ferraro è stato un uomo di grande visione, capacità di realizzazione e forte carisma.
Nato nel 1909 da famiglia contadina, è sempre vissuto a Cascine Pinte, nella frazione di Santa Maria del Tempio, in comune di Casale Monferrato. Lì ha passato tutta la sua vita, portando nel suo piccolo orizzonte un grande orizzonte.
Cascine Pinte si chiamava così per essere stata all’epoca l’unica casa intonacata del circondario. L’avevano comprata i nonni, originari del Vercellese (i Ferraro di Asigliano), dal Barone Vitta, un ricco banchiere ebreo, l’11.11 del 1901.

Paolo Ferraro ha avuto le prime api all’età di quattordici anni, il campo dei suoi interessi è stato però più vasto dell’apicoltura e, Paolo Ferraro la moglie Onorina Maria Cescin-Ferraro, fine anni '30  circaall’interno dell’apicoltura, più vasto di quella che era comunemente l’apicoltura sua contemporanea.
Così ha per anni collaborato con l’Ente Risi e l’Ente Nazionale Sementi Elette, a contatto con genetisti di fama, dando vita anche a un suo “Riso Ferraro”. Il figlio Edoardo ricorda ancora la sua abilità a riconoscere, da un pugno di riso sparso su un tavolo, le diciotto diverse sementi che lo componevano.
Ferraro fu anche un pioniere della meccanizzazione in agricoltura: fu sua la prima mietitrebbia del Casalese, in un periodo in cui dominava la paura che la macchina causasse un’abbondante perdita di raccolto.
Negli ultimi anni sviluppò un’altra produzione che lo rese famoso: quella del peperoncino rosso. Da un pugno iniziale di semi selezionò, dopo un assaggio accurato di tutte le varianti, il tipo più profumato, solo mediamente piccante (perché non doveva coprire il gusto dei cibi) e dal colore accattivante, di un rosso caldo e brillante che lo differenzia dai tanti peperoncini di colore bruno che si trovano comunemente nei supermercati. Di questo peperoncino macinato arrivò a produrre fino a 60 chili l’anno, conquistando clienti persino in Sicilia. Ne fu, insieme al figlio Edoardo, il principale consumatore.

il glossometro con la medaglia d'argento ricevuta nel 1937 dalla   Confederazione Italiana degli Apicoltori per le invenzioni in campo   apistico. Il glossometro fu materialmente costruito da un artista della   meccanica di precisione il Sig. Nino Guaschino di S. Maria del Tempio.
la semplicità degli inizi: un po' di attrezzatura di prima della     guerra (
Paolo Ferraro. il laboratorio, anni '40

Ferraro era convinto che andasse consumato in polvere, perché non si depositasse con effetti irritanti sulla mucosa interna, e diffuse un dépliant per illustrarne le virtù. Ebbe la soddisfazione di fornirlo al suo medico di famiglia per la cura delle emorroidi (a dispetto di un comune pregiudizio). Un analista verificò che la presenza di vitamina C nel suo peperoncino era superiore persino a quella del kiwi.
Si era istruito come tecnico agrario, ma essenzialmente era un curioso, appassionato, colto autodidatta, creatore di una biblioteca ricchissima specializzata soprattutto sull’agricoltura. In questo momento non è accessibile, ma in futuro dovrà costituire un pezzo importante per una ricostruzione più approfondita della figura di Ferraro. “I suoi libri – ricorda ancora il figlio Edoardo, insegnante di lettere – erano pieni di note. A me è capitato di comprare libri che poi non ho letto, a lui mai”. Era abbonato a riviste provenienti da tutta Europa, leggeva francese e spagnolo senza averli studiati.
La sua casa era frequentata da personaggi pubblici e intellettuali. Era di casa Piero Ravasenga, figura di poeta e scrittore indisciplinato e randagio, sempre sull’orlo dell’autodissipazione. A lui, che arrivava a Cascine Pinte in bicicletta, e si appartava in qualche nascondiglio nei campi, veniva lasciata da Ferraro, prima di andare al lavoro nei campi, una bottiglia di vino. A sua volta, Ravasenga faceva trovare delle lettere in busta chiusa che Ferraro avrebbe poi dovuto affrancare e imbucare. Cascine Pinte era frequentata anche dallo scrittore Piero Chiara e dal poeta Giorgio Simonotti Manacorda, che amava chiamare la tenuta “Venezuela” e si era rivolto a Ferraro, in una sua poesia, come ad un “agreste capitano di api”, ricordando in un’altra gli “innocui pungiglioni di api / giganti alle pareti” (i manifesti didattici sull’anatomia dell’ape appesi nei corridoi della casa”). Anche altri personaggi pubblici frequentavano Cascine Pinte: il Vescovo di Alessandria, l’onorevole Traversa, esponente di spicco della Coldiretti e in seguito parlamentare democristiano, che a Cascine Pinte era di casa. Traversa era di carattere ruvido e autoritario, ma Ferraro non era certo il tipo da esserne in soggezione. E a Cascine Pinte era capitata in visita anche la radicale Emma Bonino.
Tra i vari contatti che intrattenne nel seguire il suo percorso di conoscenza, fu corrispondente con un entomologo cecoslovacco, il prof. Heber di Praga, che fu a lungo impedito a venire in Italia dalla mancanza di soldi e dalla difficoltà ad ottenere un permesso. Contraccambiava gli aiuti economici del cav. Ferraro con l’invio di libri e distintivi. Quando finalmente riuscì a mettere insieme i soldi e a ottenere il permesso per viaggiare all’estero, venne a passare una quindicina di giorni dal suo amico Ferraro, ed ebbe modo di tenere una conferenza su Dante alla Biblioteca Civica di Casale Monferrato.
L’apicoltura è stata una passione che Ferraro maturò personalmente, non gli veniva da nessuna una tradizione familiare. Nonostante l’abbia accompagnato fin da adolescente, è solo negli ultimi vent’anni della sua vita che è diventata importante anche economicamente, mentre andava rallentando l’attività agricola. Pure, anche prima che vi si dedicasse precipuamente, il mondo delle api aveva stimolato in lui una curiosità di tipo scientifico che lo portò a progettare un “glossometro” per misurare la lunghezza della ligula delle api (che gli valse una medaglia dalla confederazione nazionale degli apicoltori).

Paolo Ferraro. apiario nel frutteto dietro casa, anni '40
etichetta degli anni '50 opera del grafico e storico casalese Idro    Grignolio, che ha utilizzato, nel rappresentare i bambini    dell'etichetta, i figli di Ferraro

Nell’ampliare questa attività, fu un pioniere nell’avviamento di alcune produzioni “minori” che oggi hanno guadagnato importanza, quella del polline e della gelatina reale, a cui dedicò due depliant tutt’altro che banalmente propagandistici, ma ricchi di informazioni nutrizionali. Innovò con l’applicazione di un particolare filtro l’aspiratore “Suttorgel” per estrarre la pappa reale, allora distribuito da Gigi Mosca, un importante produttore di materiale per l’apicoltura.
Un pioniere fu anche nella sensibilità alla produzione di mieli monoflorali. Oltre alla diversità di gusto, lo interessavano soprattutto le qualità erboristiche. Si faceva mandare mieli da diverse regioni d’Italia, quali il corbezzolo, l’origano, il rosmarino. Seminò ettari e ettari a meliloto bianco e facelia, che presero nell’azienda il posto di grano e mais. Nel 1984 vinse appunto un Premio Piana per il suo miele monofora di Facelia.
Praticò un moderato nomadismo, recandosi soprattutto ai confini con la Liguria, in Val Cerrino, per la produzione del castagno, e nell’Astigiano per la produzione di acacia. Tra i mieli prodotti dall’azienda Ferraro figurarono quello di erba medica, di trifoglio, di salvia pratense, di tarassaco e di solidago, che raccoglieva lungo il Po.
Oltre a questo modesto nomadismo, mise in atto delle “joint-ventures” con altri apicoltori, soprattutto con l’abruzzese Jacovanelli.

festa del Consorzio Apistico e della Coldiretti di Alessandria alle   Cascine Pinte, da destra il Comm. Govanni Traversa, Presidente del   Consorzio Apistico e della Coltivatori Diretti di Alessandria, Edoardo   Ferraro, Pinuccia Ferraro, Paolo Ferraro, il dott. Raffaghello   dell'Ispettorato Agrario di Alessandria, il Vescovo di Alessandria, il   domenicano Mons. Giuseppe Pietro Gagnor, la signora Ferraro, il signor   Guascino concessionario dei trattori  Ford

Era in grande amicizia anche con altre figure carismatiche dell’apicoltura, quali Giulio Piana, Domenico Porrini (che portò nella sua azienda i primi tra gli apicoltori cinesi arrivati in Italia), Giuseppe Moro e Giuseppe Fasoli.
Negli ultimi decenni della sua vita Ferraro si appassionò alle tematiche legate a un’alimentazione naturale. E’ in questo alveo che si colloca la produzione di peperoncino, quella di polline e pappa reale, ai quali tre prodotti ha dedicato dei depliant ricchi di informazione, così come mise in enfasi le proprietà dei diversi mieli. Era egli stesso il primo consumatore ed estimatore dei suoi prodotti. Era solito stemperare un po’ di polline nel suo caffè, attendere la colazione con una dose di pappa reale sotto la lingua, e creò il proprio personale rimedio per l’osteoporosi: una miscela di miele di erica e formaggio fresco.
Ferraro fu un pioniere, eppure il patrimonio d’api dell’azienda Ferraro non superò mai i 150/200 alveari. Dunque, il suo valore non è misurabile dalle dimensioni dell’azienda, ma dalla sua capacità innovativa. Non si troverà nessuna pubblicità della sua azienda sulle riviste apistiche, non faceva fatica a smaltire il suo miele. Entrambi i figli, laureati in lettere, si resero indipendenti, non c’era una grande famiglia da mantenere e il reddito servì a Ferraro per dare nutrimento alle sue passioni innovative e al suo desiderio di conoscenza. Avendo

i primi approcci a polline e pappa, l'etichetta è di Grignolio,     1966

così nutrito i propri talenti e passioni, Ferraro fu sicuramente un uomo felice. La gente che veniva a Cascine Pinte a volte comprava un vasetto di miele, a volte niente: veniva soprattutto per uno scambio. Egli non puntò mai al supermercato, ma ai rapporti umani e la gamma così varia di persone che ricevette e accolse lo dimostra.
Anche se Cascine Pinte era frequentata da tanti giovani che entravano nel mondo dell’apicoltura, è difficile poter riconoscere un’eredità diretta, in senso tecnico, di Ferraro. Se non creò una “scuola” fu probabilmente per il suo aspetto troppo pionieristico e sperimentale per la realtà dell’epoca, quasi un lusso che volle concedersi. Ricordarlo oggi può servire a percepire la grande creatività e dignità del lavoro di apicoltore, e la sua capacità di essere veicolo di rapporti umani.

Come lo ricordano
Michele Pitarresi è oggi uno dei maggiori produttori di materiali per l’apicoltura in Italia. Pitarresi, che lavorava nella ditta Croce, altro grande produttore di materiale apistico dell’epoca, se ne separò iniziando un’attività in proprio, Ferraro spontaneamente si fece vivo con lui per offrirgli aiuto, sia procurandogli dei clienti sia facendo in modo che, alla Fiera di Alessandria, potesse presentare le sue arnie in uno Stand della Coldiretti. Pitarresi ricorda Ferraro come una persona naturalmente gentile, che persino con un dipendente molto difficile conservò per anni un atteggiamento paziente e fiducioso, finchè non fu lui stesso ad andarsene. Assicura di non aver mai sentito nessuno parlar male di lui.

la poesia (1967) di Piero Ravasenga, poeta e narratore, di cui   vanno ricordate le collaborazioni con La Fiera letteraria,  Il Popolo   d'Italia e la terza pagina della Gazzetta del Popolo, la pubblicazione   per Vallecchi di Le nevi di una volta che è stato ristampato da pochi   mesi
da destra Paolo Ferraro, lo scrittore Piero Chiara, la signora     Chiara, Marcella Simonotti, il poeta Giorgio Simonotti, Maria Ferraro     alle Cascine Pinte, fine anni '60

Nominare in Italia il paese dove ha la sua sede aziendale, Casale Monferrato, provocava spesso un’immediata associazione con la figura di Ferraro. L’azienda di Ferraro, si esprime Pitarresi, “poteva definirsi l’azienda perfetta”.
Massimo Carpinteri, presidente di Aspromiele, ricorda che quando fondò, nei primi anni ’70, il Consorzio Apistico di Torino e Asti, Ferraro era già una personalità di spicco. Fu lui a procurargli le prime api e fu insieme a lui che eseguì il primo travaso da un bugno rustico a un’arnia. Carpinteri ricorda un’apicoltura fatta in cappello e foulard intorno al collo.
Giulio Mortara, si occupa oggi con la sua azienda, la “Antos”, di cosmesi di qualità, conservando principalmente attraverso di essa un rapporto coi prodotti dell’alveare. Ha comunque ancora degli apiari nel Casalese, e in stagione produttiva torna ogni anno a dedicarsi all’inseminazione strumentale di api regine, di cui è stato in Italia un pioniere. Ha infatti iniziato collaborando con John Kefuss in Alta Garonna, e tenendo corsi in Italia in collaborazione con Gigi Mosca, che dello strumentario per l’inseminazione fu il primo distributore in Italia. Parlando di inseminazione strumentale con Mortara si ha l’impressione di qualcosa iniziato in un periodo in cui non c’era una realtà in grado di recepire e fare uso. Tant’è che il suo principale contatto continuò a essere con la Francia. Mortara frequentò Ferraro agli inizi della sua attività di apicoltore, a metà degli anni 60, lo considera un suo maestro e ne ricorda, quando girava con lui per gli apiari, la disponibilità a fornire spiegazioni su tutto, parlando a lungo. Questo in contrasto con la mentalità dominante in Piemonte a quel tempo, intrisa di diffidenza contadina, per cui si trattenevano le informazioni per paura che altri se ne appropriassero. Ricorda in particolare certe sperimentazioni nel modificare con diaframmi i volumi delle arnie. Sottolinea il tratto amabile del suo carattere e la correttezza unita all’intelligenza economica, per cui gli telefonava per tenere gli stessi prezzi.

Per aver potuto cominciare a riportare alla luce la figura di Paolo Ferraro, ringrazio in particolare suo figlio, il professor Edoardo Ferraro: per un intero pomeriggio mi ha guidato in un percorso di commossa memoria, passando da ognuno tra le decine di oggetti e fotografie che mi aveva fatto trovare sul tavolo agli episodi di vita vissuta che evocavano.

Paolo Faccioli

A Maria e Paolo Ferraro

Più non vi preoccupa
il vento da ovest
che infoltisce i tappeti gialli
delle foglie dell’acacia.
E.F.

Due poesie dedicate a Paolo Ferraro

Dentro il cerchio civile dei saluti

Dentro il cerchio civile dei saluti,
la vita l’hai deposta sulla soglia
la polvere i ricordi
la pietra dell’inverno su tua madre;

qui mi parlate come ad un poeta
in una stanza antica
che sente la cotogna
fra innocui pungiglioni di api
giganti alle pareti;
sento di fuori il bisbiglio dei canali
come bracci di vento,

l’aprile va a ritroso nel vento
gli aghi d’ombra non pungono sul cuore,
dentro una sera bisbigliata
di voci di chiari saluti
anche i morti ci fanno compagnia,
non si scacciano i morti
nella notte nel vento nei canali,
parlano con tenue voce
qui ci stanno di casa dentro il cerchio civile dei saluti.
 

La bussola a Paolo Ferraro

Un dedalo di strade
e lumi dondolanti sulle aie,
navigli sulle rotte di casa;
il tuo civile veglia
bussola antica di navigazioni
agreste capitano di api, la clessidra
del tempo ha messo la sordina.
Breve gira la notte, lasceremo
le spade roteanti sulle strade
dei fari, alla tua porta con le nocche
leggere picchieremo.
Ora che lievemente stride la chiusa
nella roggia sull’uscio delle stelle
approderemo al fondo dei bicchieri,
il cuore vada nei canali
vascello senza più nocchiero.
Nell’ora verde dell’alba
Noi sfioreremo il greve sonno dei borghesi
E le canzoni andranno per ragazze
Che hanno i fianchi della prima luna,
amico e l’anima padana
qui radicata rifiorisce
sopra mappe sbiadite dell’estate.

Giorgio Simonotti Manacorda
Da I banchi di Terranova, Einaudi

Giornata del Miele, Consorzio Apistico di Alessandria nella storica  sede di via Gramsci, al centro in giacca l'On. Traversa, all'estrema  destra il cav. Bisio, altra nota figura dell'apicoltura alessandrina, a  sinistra Paolo e Maria Ferraro, 1975

medaglia d'oro e d'argento di Apimondia Bucarest, 1967

tecnici apistici cinesi in visita all'Apicoltura Ferraro, al centro  con la signora Ferraro il cav. Domenico Porrini, inizio anni '80 coltivazione di meliloto alle Casine Pinte a scopo nettarifero, con  Ferraro un altro decano dell'apicoltura monferrina e caro amico, Primo  Chiabrera di Castelletto Merli che produceva un meraviglioso miele di  Acacia,  miele che viene tuttora prodotto dal nipote Sandro Cerutti a  Terfengo. Anni'80

coltivazione di facelia a scopo nettarifero. Al miele di facelia di  Ferraro fu attribuito il Premio Piana. 1984. Morì qualche giorno dopo  aver seminato i suoi ultimi tre ettari di facelia

raccolta di polline alle Casine Pinte. Anni '80

la libreria con i libri a soggetto apistico e le raccolte di  riviste

la libreria con i libri a soggetto apistico e le raccolte di  riviste

Fausto Ridolfi mi ha fatto riscoprire questo toccante brano di Virgilio, dal Libro Quarto delle Georgiche, indicandomi una possibile associazione tra la figura del vecchio Coricio e Paolo Ferraro. E invitandomi a considerare l’auspicio finale del poeta inverato dalla nostra ricerca. La traduzione dal latino è di Enzio Cetrangolo.

Ricordo che sotto le torri dell’arce di Taranto,
dove cupo trascorre le bionde campagne il Galeso,
ho visto un vecchio Coricio che pochi iugeri aveva
di terra deserta, non buona all’aratro né al pascolo
né adatta alle viti. E tuttavia tra gli sterpi
piantando un po’ d’erba e gigli e verbene e papaveri,
gli pareva in cuor suo d’eguagliare la sorte dei re;
e a casa tornando a sera già tarda copriva la mensa
di cibi non compri. Era primo a coglier le rose
di primavera e i frutti d’autunno, e quando l’inverno
spaccava ancor tristo le pietre col freddo e fermava
col gelo il corso dei fiumi, lui già tondeva
la chioma del molle giacinto, lieto irridendo
al lento venir dell’estate e all’indugio di Zefiro.
Aveva così, sempre fra tutti lui primo, le api sgravate
E denso lo sciame, e primo dai favi premuti
Miele spumoso prendeva; e tigli e pini feraci
anche aveva; e quanti sul novo fiorire vestivano
pomi in fiore l’albero fertile, tanti l’autunno
ne dava maturi. Ed anche sapeva disporre
olmi adulti in filari e peri durissimi e pruni
che già porgon susine d’innesto e platani alti
che fanno già ombra a chi beve. Ma da iniquo
spazio respinto, queste cose tralascio; ed affido
ad altri che a me seguiranno la cura di dirle.
 

Capitano d'api, un articolo dedicato a Paolo Ferraro e alla e alla  sua famiglia da Giorgio Simonotti Manacorda, comparso su La Provincia di  Alessandria nell'Aprile del  '67, il disegno è di Cecilia Giorcelli  pittrice di origine casalese che vive e lavora a New York