Storia

Mario Bianco: la concretezza di un visionario

Mario Bianco: la concretezza di un visionario

a cura di Paolo Faccioli, gennaio 2008

Quattro generazioni di apicoltori

Posta sul versante meridionale della morena che chiude l’Anfiteatro morenico di Ivrea, Caluso, nel Canavese, ha visto prosperare la coltura e la produzione di un celebre vino, l’Erbaluce. Dal 1890 Caluso ospita l’Istituto Carlo Ubertini, la prima “regia scuola di Agricoltura” del Piemonte, che annoverava studenti provenienti fin dalla Sicilia e dalla Sardegna. Ed è a Caluso che ha sede l’ Apicoltura Mario Bianco, in una nicchia temperata all’interno dei caseggiati del paese, che permette a un gruppo di palme e limoni di prosperare all’aperto, e di produrre persino frutti saporiti.. E’ una tradizione di apicoltura arrivata ormai alla quarta generazione.
Due nonni di Mario Bianco, colui che ha creato l’azienda vera e propria portandola a un livello di eccellenza, si occuparono di apicoltura: uno in modo un po’più sostanzioso, l ‘altro in modo più amatoriale. Il nonno paterno di Mario Bianco, Agostino Bianco, pur avendo gestito un numero di alveari relativamente basso (una ventina), ha rivestito il ruolo di “Capo Coltivatore” dell’Istituto Ubertini: fu un elemento portante nel primo gruppo in forza all’Istituto. E una delle materie che era stata introdotta fin dai primi anni era proprio l’apicoltura. Sia Agostino che il figlio Pietro, il padre di Mario, l’hanno insegnata, tra le varie materie agronomiche, e hanno gestito all’Istituto un apiario.
Il nonno materno di Mario Bianco, Calogero Facciano, viveva a New York, dove faceva il produttore di cappelli. Oltre a quello, era anche apicoltore. Si portò la sua passione per l’apicoltura dagli Stati Uniti, dov’era nata, fino in Italia, quando vi si trasferì definitivamente, arrivando a gestire un numero consistente di famiglie ( fino a 100), da sempre facendo uso di arnie razionali, e cominciando a servire i negozi della zona di Caluso e il Canavese. Mario Bianco aveva altri tre fratelli che non erano interessati all’apicoltura, perciò fu lui a ereditare il parco alveari di entrambi i nonni. Mario ha imparato più dai nonni che dal padre Pietro, che l’apicoltura l’ha vissuta soprattutto come insegnamento: come istruttore di materie pratiche di agricoltura, sapeva fare l’apicoltore, ma era un approccio più teorico che pratico, anche se ha avuto un ruolo importantissimo nell’insegnare ai ragazzi il rispetto dell’ape e la sua importanza nel mondo agricolo.
Mario, che era del 37, si trovò dunque ad avere un apiario consistente già da quando aveva 25 anni, ma la prima arnia l’aveva ricevuta dal nonno quando aveva sei anni: faceva le elementari e scriveva a mano il suo nome sul barattolo del miele che ne ricavava, rivendendolo proprio al negozio che ancora oggi, a Caluso, vende il miele dell’”Apicoltura Mario Bianco”. La scelta di diventare apicoltore professionista è avvenuta verso la fine degli anni ’70. Mario aveva fino allora gestito un numero di alveari che si aggirava intorno ai 200, come attività che gli permetteva di integrare lo stipendio di insegnante di enologia all’Istituto Ubertini.
Lasciando l’insegnamento dell’enologia, nel 1982, Bianco decise di andare in pensione (ai tempi poteva essere fatto con notevole anticipo rispetto ad adesso) e, recuperando il tempo che il suo vecchio lavoro sottraeva alle sue giornate, di dedicarsi completamente all’apicoltura: fu una vera scommessa, perchè il reddito che gli veniva dall’insegnamento era ormai ridotto alla sola pensione: decise così di creare un marchio col suo nome: “Miele Mario Bianco”, che è quello tuttora conosciuto, iniziando a servire piccoli supermercati e piccole gastronomie anche di un certo livello. Dava grande importanza all’etichetta, perché il miele venisse valorizzato nel modo giusto. Ha sempre voluto che l’immagine riflettesse l’alta qualità del prodotto, per comunicare con chi del miele si nutre. Ma soprattutto, venendo dal mondo del vino, è riuscito a trasferire all’apicoltura il concetto del monovitigno di qualità, di dargli nuova vita in quello di miele monofloreale, cercando di ottenere la massima purezza di un singolo nettare come poteva cercare quella di un vino. Si deve pensare che è solo dalla fine degli anni 70 che cominciano, a livello di ricerca, le prime caratterizzazioni dei mieli e analisi melissopalinologiche e che è solo nel 1982 che vengono pubblicate le prime dodici schede di caratterizzazione di mieli monoflorali italiani.

Nonno Bianco
“Nonno Bianco”
Agostino Bianco con alcuni aiutanti, 1895
Mario Bianco
Mario Bianco
Padre Bianco
“Padre Bianco”
Pietro Bianco insegnante di apicoltura all’Istituto Ubertini di Caluso, 1952

“Castagno dell’83”

Ma oltre a intuire tra i primi la ricchezza di possibilità del miele monofloreale già 25-30 anni fa, in un momento in cui non era ancora così ovvia, fondamentale è stato l’incontro, intorno al 1981, con Neal Rosenthal, un americano di origine irlandese, attualmente tra i primi importatori di vino italiano negli Stati Uniti, e tuttora cliente dell’Apicoltura Mario Bianco. Rosenthal ha aiutato Bianco a portare avanti questa idea di purezza monofloreale, di miele d’èlite, e quindi l’ha proposto ai clienti statunitensi (vedi il riquadro ”Mieli d’annata”). Rosenthal conserva i mieli delle annate storiche, ancora oggi si dice innamorato del castagno prodotto nell’83 –come racconta il figlio di Mario Bianco, Andrea, che ha avuto recentemente la sorpresa di trovare questa particolare “annata” evocata in un articolo sul New York Times.
Prima ancora di Rosenthal, la prima azienda che ha puntato sui monoflora era stata l’ABIT , una cooperativa di produttori di latte di Grugliasco (To), che serviva una catena di piccoli negozi. Bianco, come socio, era l’unico produttore di miele dell’ABIT, che gli ha dato una grossa spinta per far conoscere il prodotto. Avendo creduto in questo progetto, Bianco se ne è fatto trascinare, fino al salto di qualità, intorno all’88, quando ha deciso di modificare completamente tutte le etichette e di creare un’etichetta in cui ci fosse l’immagine della pianta da cui si ottiene il miele. Non un’immagine qualsiasi, ma un’immagine ricercata, tratta da testi di botanica, il più possibile rappresentativa della pianta reale. Anche l’ape doveva esservi raffigurata con precisione morfologica e nitidezza grafica, egli trovava infatti che la maggior parte delle api raffigurate sulle etichette assomigliassero più a mosche o vespe che a api.
Questa cura raffinata dell’immagine è stata una premessa per il salto nella grande distribuzione.
Bianco è stato il primo a credere che il miele italiano potesse essere affiancato, anche nella grande distribuzione, ai mieli che normalmente vi vengono venduti: argentini, cinesi, rumeni, ungheresi oltre che a miscele di mieli. Le immagini selezionate in quel momento cruciale sono le stesse immagini che compaiono ancora oggi sulle etichette. “Noi compriamo anche solo per poi tenere l’etichetta, perchè ci piace” è un tipo di commento che Andrea Bianco ha spesso avuto modo di raccogliere dai clienti.

Alta qualità nella grande distribuzione

Mario Bianco è entrato nella grande distribuzione parallelamente alla crescita della catena Auchan, che a Torino ha avuto il primo punto vendita in Italia, e pian piano si è allargata al Nord e al resto d’Italia. Egli ha scelto di crescere come azienda parallelamente allo sviluppo di questa catena.
Contemporaneamente, è nata una collaborazione con la CRAI, che serviva più di 300 punti vendita e piccoli negozi in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Anche la catena che attualmente si chiama Carrefour, e allora si chiamava Continente, ha messo piede in Piemonte e ha iniziato a creare punti vendita, ed è nata una collaborazione anche con la Carrefour. Torino è zona di tantissimi supermercati e la forza era concentrata in questa zona per quanto riguarda la Carrefour, mentre la Auchan andava oltre i confini regionali ed è arrivata fino in Sicilia. La crescita del numero degli alveari è andata di pari passo al rapporto con la grande distribuzione. Bianco è arrivato a gestire 850 alveari, con due collaboratori fissi e uno stagionale, oltre a lui stesso, dediti anche al confezionamento che con le sue dimensioni occupava 11 mesi all’anno, con un piccolo calo soltanto nel mese d’agosto.

Gestione degli alveari

La sua tecnica rispetto alla sciamatura era di salassare le api, ma non in modo pesante, portandole al limite massimo di potenzialità, per averle così sull’acacia, ma ovviamente avvicinandosi così al rischio di sciamatura. Il suo metro di riferimento era di otto telaini di covata ai primi di maggio, per andare a raccolto. Compensava il rischio di sciamatura soprattutto con un controllo maniacale, lavorando sette giorni su sette, togliendo le celle ogni quattro giorni, utilizzando anche il sabato e la domenica, con dei ritmi difficilmente sostenibili, ma aveva le doti fische per tenerli.
Il cambio di regina era biennale. Si è sempre servito dagli stessi riproduttori, Ballini dell’Isola d’Elba e Bartoletti di Imola, da cui si è sempre trovato bene. Era abbastanza previdente: tendeva sempre ad avere una scorta di nuclei formati a settembre spaccando le famiglie che gli avevano consentito di non superare il numero di alveari desiderato. In effetti era veramente al limite: facendo solo l’apicoltore, avrebbe potuto aumentare il numero degli alveari. Facendo anche il promoter dei prodotti, curando l’immagine e il rapporto con i clienti, aveva un tempo limitato e un numero già esagerato di famiglie.

etichetta miele etichetta miele etichetta miele

Alla ricerca dei mieli

Mario Bianco aveva iniziato subito a fare nomadismo, all’inizio con una Fiat Ritmo e un rimorchio, con cui trasportava otto arnie alla volta: erano infiniti viaggi avanti e indietro nel corso di tutta la stagione. Già prima dell’82, portava le famiglie in posti che non ha più abbandonato, nelle vallate intorno al Canavese, la Valchiusella, la Valle Soana, la Valle di Ceresole. Un patrimonio di posti selezionati nelle zone più ricche che si è tramandato ai figli. Ha creato in montagna una serie di impianti fissi, ben sistemati su pendenze anche elevate, che resistono tuttora.
Una delle produzioni con cui ha iniziato è stata il tiglio, una produzione non del tutto facile nelle sue zone: e poiché le valli di Lanzo sono più adatte a produrre tiglio uniflorale, cominciò a spingersi verso sudovest della zona di Caluso. Il nomadismo è sempre stato concentrato non oltre i cento chilometri dalla sede aziendale, in questa zona è possibile produrre una vasta gamma di mieli senza sobbarcarsi viaggi esagerati. A un certo punto si è dotato prima di uno, poi di due camion cassonati aperti Ford Transit Bedford, che gli permettevano di spostare 64 alveari alla volta; mezzi snelli, ideali nelle zone da lui frequentate, dove la viabilità era sempre un po’ al limite. Si era specializzato in miele di rododendro, era un suo pallino, cercava di arrivare sempre più vicino al rododendro e tante volte rimaneva bloccato con i mezzi. Acacia, castagno, rododendro e millefiori di montagna sono state le prime specialità, in tempi in cui avere già quattro mieli di un certo livello era importante e innovativo. Adesso il castagno è ricercato moltissimo –ricorda Andrea Bianco- ma vent’anni fa non si riusciva quasi a venderlo.
E ha sempre usato, per i carichi, le braccia.
In un primo momento forse era ancora troppo presto per meccanizzare, in un secondo momento non ha meccanizzato perchè non credeva che i figli potessero fare il lavoro che faceva lui. Il figlio Lorenzo era comunque tagliato fuori perché era allergico. Il figlio Andrea si sentiva dire: “Difficilmente farai l’apicoltore, non sei tagliato, non ti impegni, non ti appassioni” .
Un’idea nuova, intorno all’ 87, fu quella di creare una base produttiva in Sicilia, per poter ottenere miele di arancio, acquistando alcuni alveari da lasciare in loco, delegando e pagandone la gestione a persone di fiducia. In seguito, nell’ 88, dopo una collaborazione di 13 anni con un dipendente calabrese, Bianco decise di produrre miele di clementina della zona di Cosenza, un agrume che aveva trovato straordinario, e che aveva scoperto proprio grazie a questo suo dipendente. Questi aveva deciso di mettersi in proprio, era tornato presso la casa di origine, a Rossano Calabro, e aveva deciso di valorizzare questo miele. Per lui il miele di clementina calabrese era qualcosa di totalmente diverso e non paragonabile rispetto all’Agrumi siciliano. Bianco aveva già cominciato a proporre un progetto di etichetta e si era riproposto di lanciarlo anche all’estero. Ma dello sviluppo di questo, come di altri progetti nati dalla sua profonda passione, non potè rallegrarsi.
Mario Bianco morì improvvisamente in un incidente stradale, il 27 giugno del 2000.
L’azienda è stata presa in mano dai figli Andrea e Lorenzo.

La quarta generazione

“Persona squisita”, “produttore di rare doti”, “amico caro e stimato”, “riferimento puntuale, disponibile e indispensabile per gli apicoltori del Piemonte”, “innovatore”, sono alcune delle espressioni utilizzate, nel necrologio a più voci pubblicato sul numero di L’Apis del settembre 2000, da alcuni tra i personaggi più rappresentativi dell’apicoltura piemontese e nazionale: Roberto Barbero, Massimo Carpinteri, Lucio Cavazzoni, Francesco Panella, Luca Bonizzoni. Un accorato rimpianto che non coinvolgeva solo le sue qualità professionali, ma anche quelle umane.
Racconta il figlio Andrea:
“Una volta che è mancato mio padre, l’ultimo lavoro che avrei immaginato di fare era questo. Lavoravo sì in azienda, ma facevo le cose che poteva fare chiunque: caricare un melario, aggiungere melari, lavorare in sala di smielatura” racconta il figlio Andrea. “Quando andavamo a lavorare coi dipendenti ero l ‘ultima ruota del carro, venivo sempre ripreso, secondo lui lavoravo sempre poco anche quando mi impegnavo alla morte. Quando andavamo in apiario mi spiegava, man mano che visitavamo le famiglie, però per lui non ero abbastanza interessato per capirci qualcosa e quindi spesso le visite in apiario duravano meno di un’ora. Venivo criticato perchè non facevo abbastanza fumo, perchè non seguivo. Ho preso tanti rimproveri che anche adesso mia madre mi dice: “E’ incredibile quante te ne ha dette”. Quante volte tornati a casa lui diceva: “Quello non andrà mai da nessuna parte, perché non gli interessa”. A distanza di 15-20 anni, devo dire che è stato meglio così, perché mi ha spronato. Per una condizione estrema quale quella che ci è successa all’improvviso, ho scoperto che la mia passione era nel DNA di famiglia e che è uscita in me adesso. Mi ritengo fortunatissimo a fare il lavoro che faccio, perchè mi entusiasma, anche se è faticoso seguire tutti gli aspetti che riguardano un miele o seguire il miele dall’apiario fino allo scaffale e al cliente. Non è semplice, ma lo faccio con piacere”.
Andrea Bianco si è laureato nel 2007 con una tesi sul nomadismo in montagna. L’eredità dell’azienda aveva comportato la rinuncia agli apiari siciliani e la concentrazione dell’attività nelle zone intorno al Canavese, per avere modo di imparare meglio.
“Quello che penso sia un mio grosso limite è di non aver ancora meccanizzato la movimentazione degli alveari. Dovrò colmare questa lacuna soprattutto dopo che, avendo fatto la tesi di laurea proprio sul nomadismo, ho visto quanto incidono i costi della movimentazione manuale sul totale, coi pregi e i difetti, perché non sono solo difetti quelli della movimentazione manuale. Lo sforzo fisico è quello principale, però poter scegliere le api da movimentare ti può permettere di avere una resa maggiore rispetto a chi sposta il pancale dove magari c’è la famiglia che non produrrà, e quindi calerà la resa degli alveari”.

Progetti vecchi e nuovi

“Mio padre, negli ultimi anni, tra il 98 e il 2000, volendo fondere conoscenze di enologia con le conoscenze sul miele, è riuscito a creare un prodotto che miscelasse la tradizione della grappa piemontese con il miele di agrumi siciliano e ha creato un liquore che noi ci siamo impegnati a far conoscere a un pubblico sempre maggiore. E’ un’ idea innovativa, perché era difficile immaginare che un miele prodotto a 1500 chilometri di distanza potesse abbinarsi bene a una grappa di qua. Di solito le miscele sono fatte tra grappa e miele di acacia o grappa e miele di castagno e spesso hanno un gusto un po’stridente. Lui ha fatto una ricerca molto approfondita su quali mieli monofloreali potessero trovare un riscontro ideale con questa grappa fatta col monovitigno locale Erbaluce, e ha fatto un progetto con una distilleria di Ivrea che ha una storia di più di centocinquanta anni, per creare questo liquore, utilizzando le sue capacità di enologo. Ne è uscito un prodotto che ha avuto e ha un ottimo riscontro, può essere bevuto come un limoncello, servito fresco. Mio padre ha verificato quante possibilità abbiano i mieli italiani di abbinarsi ad altri prodotti per creare dei cibi di alto livello che rendono più vendibile anche il miele, lo pubblicizzano. Questo è un progetto che mi prefiggo di portare avanti io”.
Da circa 3 anni è iniziata una collaborazione col Giappone, nata all’improvviso, che Lorenzo e Andrea stanno portando avanti da zero.
“È nato tutto in modo casuale. Un cliente giapponese ha deciso di fare una visita alle varie aziende italiane che producono miele, e di scegliere un’azienda per poter proporre miele italiano, perché, convinto che il miele italiano sia il migliore, lo vuole comunicare al consumatore. Il consumatore giapponese conosce tantissime specialità gastronomiche italiane, ma non il miele. Il mercato giapponese non ha dei grandi mieli, ha spesso il miele d’importazione cinese, di medio-basso livello. Questo cliente ha cercato di creare un marchio e di vendere anche col nostro marchio “Mario Bianco”. Per lui era importante che si sapesse anche in Giappone che è un marchio di buon livello, e ha dato compito a un fotografo giapponese di fare un servizio fotografico che sarebbe stato usato per pubblicizzare il miele. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare con questo personaggio, ma non sapevamo chi fosse. E’ stato quindici giorni in azienda, e ci ha regalato un libro. Il libro recava una citazione del New York Times che diceva “impossibile immaginare la natura fotografata meglio”. Abbiamo così scoperto che si trattava di Mitsuaki Iwago, un fotografo del National Geografic che è il riferimento della foto naturalistica in Giappone -lì sono maniaci delle foto – e un personaggio di calibro internazionale. Questo progetto è stato portato avanti grazie a questa azienda giapponese che crede nel miele italiano e vuole pubblicizzarlo, attenzione, partendo da zero. Hanno deciso di verificare quali erano i gusti di miele italiano più vicini ai gusti del cliente giapponese, ed è venuto fuori che quello che al momento risulta più gradito è il miele di agrumi siciliano.
Stiamo cercando di far crescere questo progetto che è la prosecuzione di un discorso che aveva già iniziato mio padre: è fondamentale che il miele italiano debba emergere, perché ha una qualità media che è superiore a quella di tantissimi altri mieli. Non siamo i migliori, però possiamo diventarlo, ed è ora che questo miele esca dai confini e nazionali -anche attraverso quello che sta facendo Carlo Olivero con la cucina. Anche questi clienti giapponesi sono convinti che attraverso la conoscenza di ricette in cui il miele può essere introdotto, si può ampliare il consumo del miele e l’interesse verso il miele monofloreale dalla Sicilia alle Alpi. Mio padre proveniva dal mondo del vino, cercava già dagli anni 60 di produrre dei vini che avessero le caratteristiche di quella vigna, che era diversa dalla vigna che c’era duecento metri più in basso. Ha fatto lo stesso col miele e ha cercato di comunicarlo. Magari altri lo fanno, ma non riescono a comunicarlo come ha fattto lui. Aveva forse più capacità di comunicare e un’idea dietro, che ha proseguito negli anni e che ha dato i suoi frutti, frutti che abbiamo raccolto noi cercando di non sperperarli, ma di portare avanti questo discorso di mieli speciali, unici, e di farlo conoscere. L’obiettivo di tutti è cercare di comunicare, ma ognuno tira l’acqua al suo mulino soltanto. Il limite dell’apicoltura è che si tende quasi a godere delle disgrazie altrui, ma se c’è una sconfitta per un apicoltore è una sconfitta per tutti e bisogna darsi una mano”.

Miele d’annata: la ”cantina” di Neal Rosenthal

Negli Stati Uniti non è certo comune, per lo meno rispetto al miele, una cultura della degustazione e dell’origine botanica. Anche se negli ultimi anni si è fatto maggiormente strada il concetto di miele monofloreale, domina, come distinzione di mercato, quella in mieli chiari, mieli scuri e mieli medi. Spesso alla confezione viene data più importanza che al contenuto. Per questo sui cataloghi di prodotti per l’apicoltura ne esistono di svariatissime forme e materiali: rigido o spremibile, a forma classica, di orsetto o di alveare… Nell’etichettatura vengono utilizzati termini che a i nostri occhi appaiono ormai ingenui, come “miele puro” o” miele selvaggio”. I cataloghi offrono etichette standardizzate con motivi floreali. Tanto più sorprendente, rispetto appunto agli Stati Uniti, è quindi un approccio come quello di Neal Rosenthal, che raccoglie i clienti una volta l’anno per delle degustazioni verticali di miele analogamente a quanto si fa per il vino. Rosenthal viene tuttora in Italia a settembre, al momento giusto per assaggiare tutti i mieli prodotti durante l’annata e scegliere il singolo miele prodotto in uno specifico apiario. Per esemplificare, accludiamo qui di seguito le presentazioni di alcuni tra i mieli “Mario Bianco” che compaiono nel suo catalogo online. Si può notare come compaiano anche mieli di sei-sette fa, di annate che lui considera straordinarie. La presentazione dei vari mieli trae un’ispirazione molto stretta dallo stile descrittivo dei vini, il che, se a un degustatore italiano può far sospettare la mancanza di un sedimentato linguaggio comune, brilla però di tutta la freschezza e la sfida di questa operazione culturale.
Lo stesso Rosenthal è diventato apicoltore amatoriale e nel suo catalogo offre anche piccoli quantitativi del suo “Miele di Grano Saraceno” prodotto in fattoria.

  • Miele di rododendro 2006: Dai pendii di Ronco, nella zona nord-occidentale del Piemonte; di particolare finezza in questa annata, con acidità vivace; leggermente speziato al gusto con una sfumatura amara nella lunga persistenza
  • Miele di alta montagna “Ceresole” 2000: Dagli alti monti della Valle d’Aosta nel parco Nazionale del Gran paradiso (1700 metri sul livello del mare); composto principalmente da rododendro; meno fine del miele di Ronco descritto sopra, con aroma forte e intenso e compattezza
  • Miele di alta montagna “Pian Prato” 2000: Ancora dal Gran Paradiso, ma da un’altezza più elevata (1800 metri); colore più intenso che il Ceresole, e aroma più rustico; sfumature di fiori selvatici e terra aggiungono complessità
  • Miele di tiglio, 2006: Aroma molto marcato con una qualità di essenza arborea; personalità marcata con leggera sfumatura amara; colore giallo dorato, magnifico complemento a the di erbe o accompagnamento a formaggi caprini.