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I Pellirossa della Val Varaita

| I Pellirossa della Val Varaita

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Introduzione

Il nomadismo apistico verso le valli del cuneese era già praticato, sia pur modestamente, nella prima metà dello scorso secolo, come risulta dalla relazione del Prof. Carlo Carlini inclusa nella Prima Inchiesta Apistica Nazionale (Trento 1935). “(In provincia di Cuneo) -scrive Carlini- l’apicoltura nomade è esercitata scarsamente. Sono citati i casi lodevoli di Mattio e Pignata di Racconigi che metodicamente compiono trasporti d’api nonchè l’Oreggia di S. Remo nella zona di Cuneo dove vi sono pure altri modesti apicoltori nomadi.
Gli spostamenti si hanno dalla piana verso le valli del Po, Varaita, Macrea, Grana, Stura, Vermegnana, Gesso, Tanaro e Bormida ad altitudini fino di circa 1500 metri per sfruttare le splendide e superbe possibilità apistiche.
La fertilità delle valli alpine ben irrigue, le condizioni floristiche ottime e prolungate e il miele pregevole formano un campo d’azione che si presterebbe ottimamente per l’apicoltura nomade”.

Furono gli apicoltori del Roero a dare inizio in modo più organizzato, e inizialmente molto avventuroso, alla transumanza verso le valli del cuneese. Il primo fu probabilmente Domenico Bordone, detto Minòt… Bordone, che possedeva api da dopo la prima guerra mondiale, aveva iniziato la pratica del nomadismo da prima della seconda guerra, spostandosi in valle Stura, ai confini con la Francia, dove si ingegnava anche in altri modi: raccogliendo radici di genziana e pian piano iniziando un commercio di piante officinali come socio di Stefano Capello di Monteu, sconfinando a volte anche in Francia per cambiare valuta al momento opportuno. Bordone dormiva in tenda vicino ai suoi apiari, circondato dalle vipere, oppure in un fienile, con le galline. Nella zona c’erano ventimila soldati e la fame era tanta, e Bordone nascondeva farina di meliga e farina bianca negli alveari perché non fossero requisite.
Negli anni della guerra i camion a nafta erano stati modificati per funzionare a vapore, i viaggi erano faticosi e avventurosi, capitò anche che il troppo calore facesse liquefare la cera di alcuni alveari trasportati. Ogni 500 metri, quando erano in salita, dovevano fermarsi a pulire gli ugelli in gran fretta per non ingombrare la strada, che serviva ai soldati.
A questi viaggi si aggregavano dal paese improvvisati aiutanti, che erano ben disposti a dare una mano in cambio semplicemente del piacere di una gita in montagna, a quel tempo considerata un lusso. Fu quasi sicuramente Minòt a incoraggiare al nomadismo Battista Cauda, Gervasio Brezzo e in seguito Nicola Cauda, fratello di Battista, e Pietro Taberna: tutti iniziatori di apicolture storiche del Roero. L’avventura in montagna di Battista Cauda iniziò con una spedizione in bicicletta alla ricerca del posto. A Demonte, dopo un viaggio di un centinaio di chilometri, Cauda imboccò il vallone di San Giacomo, per evitare il vallone centrale già in uso dal Minot e giunse a San Giacomo, dove incontrò degli ex commilitoni, e nell’estate del 1947 cominciò la transumanza. Nel 1948 anche Gervasio Brezzo partì alla ricerca del miele chiaro di montagna, trovandosi a sua volta un’altra valle, la val Maira. Andò a prendere accordi col cognato di un pastore che portava le pecore a Monteu, percorrendo un tragitto di sette ore in bicicletta, ed ebbe la disponibilità : “La vallata è tutta vostra” si sentì dire. Si procurò un residuato bellico, che impiegò cinque ore per percorrere 130 chilometri, e le api arrivarono mezze asfissiate. Ma la prima esperienza portò l’entusiasmo alle stelle, fece costruire 100 nuovi alveari e il secondo anno fece transumare una settantina di famiglie.
Brezzo e Nicola Cauda si spostavano principalmente in bicicletta, e solo nel ‘55 Gervasio Brezzo comprò la prima Lambretta. Nicola Cauda ricorda questi continui spostamenti in bicicletta, e i trasporti a bordo di un carrettino trainato da due biciclette, di cui una presa a prestito.
Gli apicoltori del Roero si mossero cercando di stare il più larghi possibile, di occupare ciascuno uno spazio suo, addirittura una vallata, senza essere troppo vicino agli altri. E fu così che, alla ricerca di nuovi spazi, sia Gervasio Brezzo che Nicola Cauda cominciarono a spostarsi anche nella Val Varaita, considerata più fredda e da sfruttarsi per questo per le fioriture più tardive.
Ma nella ricerca, da parte di questi pionieri, di tale abbondanza di spazi intorno a sé (“Tutta la vallata è vostra!”), non deve passare inosservata la presenza di un’ apicoltura indigena nelle valli. In Val Varaita era diffusa e aveva una lunga tradizione: anche quel Far West aveva i suoi pellirossa!

L’arrivo avventuroso e pieno di speranze dei nomadisti nelle valli del cuneese coincide con un periodo critico nella vita delle valli stesse e delle loro popolazioni. Se è vero che le testimonianze da noi raccolte in Val Varaita evidenziano alcune presenze significative nell’apicoltura locale, queste presenze in realtà si stagliano su un quadro di sostanziale abbandono, della valle come dell’apicoltura e di altri mestieri tradizionali.
Nella prefazione al suo libro “Il mondo dei vinti” (Torino, 1975), una raccolta di testimonianze dirette sulla vita contadina in Piemonte, Nuto Revelli usa la parola “genocidio” per descrivere la situazione di abbandono in cui versava (e versa) gran parte della montagna piemontese. “Nelle Valli Maira, Varaita, Po, le situazioni si succedono con una monotonia drammatica.Le comunità che si sfrangiano, le scuole che si chiudono, la posta che si ferma al capoluogo, l’isolamento che cresce giorno dopo giorno. Nelle nostre valli non sono in funzione le “camere a gas”, così l’immagine del genocidio appare forse eccessiva alla folla dei “benpensanti”, dei turisti distratti, dei gerarchi dispensatori di elemosine, dei colonialisti. Ma i fatti parlano,e dicono che non c’è più spazio per gli ignoranti, per i mediocri, per le furbizie elettoralistiche. E’ l’ultima volta che il problema della nostra montagna si ripresenta come una scelta di civiltà: o lasciamo che tutto vada in rovina, “intanto gli anziani e i vecchi muoiono”; oppure affrontiamo il problema con una volontà politica nuova, tentando di salvare il salvabile prima che il genocidio si compia”.

Se facciamo alcuni passi indietro, il declino della montagna cuneese ci apparirà in una più ampia prospettiva storica. E’ nel 1774 che la popolazione della parte alta della Val Varaita, la “Castellata”, (e cioè i comuni di Bellino, Pontechianale e Casteldelfino), tocca il suo massimo storico, da allora mai più raggiunto: 4547 abitanti. Nel corso dell’Ottocento l’incremento demografico è ridottissimo, e dopo un “picco” demografico nel 1901 in bassa valle e nel 1911 in alta valle (3532 abitanti sempre nei tre comuni della Castellata), il declino prosegue costante. Oggi gli abitanti dei tre comuni dell’alta valle sono in tutto 614! Il declino nel corso dei secoli è stato regolare: nell’Ottocento, dovuto principalmente ad un’emigrazione stagionale, che si è indirizzata verso mete costanti, soprattutto in Francia e in pianura, e che compensava le ristrettezze di un’agricoltura locale di sussistenza (Sergio Ottonelli: Guida della Val Varacio, Cuneo, 1979).
E’ dal Novecento che l’emigrazione, da stagionale, tende a divenire permanente e si dirige verso Francia e Svizzera, ma anche Stati Uniti e Argentina. In genere chi è già emigrato ha poi costituito un appoggio per la successiva emigrazione di altri amici e membri della famiglia, costituendo nuove aggregazioni nelle località meta dell’emigrazione. I vari paesi si specializzano: dall’adiacente Val Maira acciugai e caviér (incettatori di capelli), da Pontechianale marsièr, commercianti di stoffe, da Casteldelfino, Rabioux e Pusterle muleta, arrotini, da Sampeyre muratori, carbonai, spazzacamini, materassai, da Torrette parapioggiai e commessi di negozio.

Racconta lo storico Valerio Castronovo (Il Piemonte, Torino 1977) come ai primi del Novecento, le zone di montagna vivessero “di un’economia ridotta allo stremo, senza la prospettiva di nuovi investimenti e di più intensi scambi con la pianura. Nel primo ventennio dopo l’Unità le vallate alpine avevano conosciuto una ulteriore avanzata della piccolissima impresa contadina e l’estensione in pari tempo di seminativi, un po’di grano e di avena, di patate e anche di vigneto. Ma tutto ciò era avvenuto a spese del bosco e del pascolo. La riduzione di aree a vegetazione boschiva e a prato in stentati campicelli, in minuscoli quadretti a coltura promiscua, aveva comportato l’arretramento sempre più vistoso della superficie forestale”. Il prodotto di questa agricoltura si riduceva a “un pugno di patate, qualche balla di fieno, scarse manciate di segale”. A questa situazione si aggiunse, agli inizi del secolo, la malattia che colpì gli alberi del castagno arrivando a dimezzarne la produzione. Questa è la situazione che fa da riscontro all’abbandono delle valli.
Dopo la prima ondata, tra gli inizi del secolo e il 1920, l’esodo si reintensifica nel secondo dopoguerra, assumendo un aspetto patologico, ma nello stesso tempo esprimendo una forma di riscatto dalla miseria. La situazione della valle però è destinata ad aggravarsi.
“Molte terre che intere generazioni avevano duramente conteso alle rocce e alle valanghe, sui gradoni lungo il fianco delle alture, erano destinate a impietrirsi, altre erano già preda delle acque e delle frane, altre ancora vennero deturpate più tardi dalla metà degli anni ’60 dalle lottizzazioni selvagge dei comprensori turistici, da certe approssimative architetture alpine, in cambio di qualche aumento degli impieghi nel settore terziario e, in talune località, di una crescita graduale del reddito” (Castronovo)
“Una pattuglia stralunata di emarginati, di “selvatici”, rimase a presidiare le frazioni quasi completamente disabilitate nei versanti più poveri: gli anziani, i più deboli, quanti non avevano la forza di staccarsi dalle loro poche cose, il “mondo dei vinti” insomma”.

Le testimonianze di Sandro Godano e Mario Matteodo, l’uno fabbro, l’altro geometra, sono quelle, in fondo, di persone relativamente privilegiate che hanno potuto permettersi degli studi e scegliere di rimanere nella valle. Ma essi sono consapevoli e partecipi del deterioramento del tessuto sociale, del modo di vita, della perdita di tradizioni che hanno impoverito la Val Varaita e che si riflette nell’amarezza delle loro parole. Anche il rapporto risentito con gli apicoltori nomadi, che è una costante dell’apicoltura moderna in qualunque luogo, è accentuato dalla frustrazione di appartenere a una cultura “massacrata”.
Non c’è pero solo amarezza. I colloqui con loro sono avvenuti alla presenza di Gian Luca Garnero, giovane apicoltore, figlio d’arte, nipote d’arte, bisnipote d’arte: quattro generazioni di apicoltori (proprio come lo stesso Godano). “Questi giovani… adesso il pallino è in mano loro” dice Godano guardando Gian Luca e Laura. “Qui in montagna c’è tanti prodotti di nicchia, ci sono le nostre mele che sono proprio mele autoctone, si trovano solo qua, da nessun’altra parte…sarebbero prodotti di nicchia che secondo me avrebbero un ottimo mercato perchè ormai la gente cerca. Anche il nostro miele avrebbe un grande futuro, il miele della montagna. Probabilmente nessuno ci ha mai pensato, non è che non si vuole fare, siamo talmente in pochi… Però secondo me avete la possibilità. Sarà complicato perché se voi saltate fuori a chiedere un marchio di qualità ci saranno sicuramente le Langhe e il Roero che saltan su: “lo facciamo noi!”
E Mario Matteodo vede una possibilità per il futuro della valle in un turismo di tipo diverso da quello del passato, “un turismo ecologico, di chi ama veramente la montagna, di chi vuol venire su e rispettare la montagna e viverla così com’è… un ritorno all’antico nel senso delle amicizie”.
Gian Luca Garnero, che ha inaugurato nel dicembre del 2008 a Sampeyre il suo negozio di mieli della valle, sta proprio movendosi nella direzione di un recupero dell’economia montana, tra l’altro caratterizzando i suoi mieli non soltanto tramite la denominazione floreale, ma tramite anche la provenienza da luoghi diversi e specifici all’interno della valle, una provenienza che giustifica diverse variazioni di sfumature sul tema della monoflorealità. Un’idea simile era venuta a Mario Bianco, apicoltore di Caluso e uno dei pionieri della valorizzazione del miele di qualità in Italia.

Colloquiando sulla diatriba stanziali-nomadi con un “transfuga” della Val Varaita, che ha fatto la sua carriera altrove, mi ero sentito dire: “ma cosa pretendevano gli apicoltori della valle, che non sapevano nemmeno cosa avevano dentro gli alveari?”.
Ebbene, dalle testimonianze di Matteodo e Godano oltre che dai reperimenti di Gian Luca Garnero, che nei magazzini di questi apicoltori ormai morti ha reperito oggetti e strumenti di un’apicoltura tutt’altro che buzzurra (dalle trappole sfucatrici alle gabbiette di regine marchiate “Piana”), fino alla stessa partecipazione dei valligiani ai corsi di apicoltura organizzati dal pur contestato Consorzio, si rivela una volontà di aggiornarsi e uno sperimentalismo che smentiscono il pregiudizio di questo “transfuga” della montagna.

In questo frammento di contributo alla storia dell’apicoltura piemontese abbiamo allargato la prospettiva da quella strettamente apistica a quella del tessuto sociale e ambientale in cui l’attività apistica trae le radici. Lo richiedeva lo specifico soggetto, potrà diventare una linea di lavoro per il futuro.