Storia

Don Morando: ritratto di un prete di campagna

|  Don Giulio Morando: ritratto di un prete di campagna

a cura di Paolo Faccioli, gennaio 2008

Esistevano i preti validi e i preti non validi…Il prete valido era un grande personaggio, e lavorava in terra di missione: era maestro, medico, pastore di anime, era un uomo povero tra i poveri”

Nuto Revelli , Il mondo dei vinti

Lo scenario

“Preti apicoltori ce n’erano in tutta la zona, anche qui. Qui c’era un parroco, lì dove adesso ho ancora poche api, così per giocare un po’, per non perdere del tutto la mano…
Tutto faceva capo a Torino, al famoso don Angeleri. Massimo vent’anni fa c’era uno che teneva le api a Poirino, aveva un grosso orto e giardino e teneva le sue api lì, era stato parroco a Moncalieri in una frazione, e tanti di quelli che erano in campagna avevano questa apicoltura. Ma – così dicevano quando io ero giovane- è stato specialmente questo Angeleri che si è votato tutto a quella cosa lì, che credeva in quel ramo lì.Don Giulio Morando
Allora c’era un motivo per avere il miele, io ricordo che da bambino lo zucchero non c’era perché forse era caro, e delle volte mancava proprio, e allora il miele lo sostituiva.
Io sono stato in una zona qui del Roero, Santo Stefano, Monteu Roero, Baldissero, dove c’erano tanti boschi, acacie in modo particolare e poi anche castagno. Una volta c’erano tanti prati, adesso non esistono più i prati, li fanno di anno in anno: seminano in agosto poi in primavera li disfano già. Invece allora c’erano. In primavera c’era sempre la pioggia, e allora tiravano in lungo. Questi prati fiorivano e restavano lì fioriti fino alla fine, non calcolando che l’erba va falciata molto prima perché sia sostanziosa, altrimenti rimane solo più legnosa. Allora c’era pascolo, e non c’erano gli accorgimenti che ci sono adesso.
Quando c’è stata la storia della varroa in quella zona di Pralormo, c’erano trenta quaranta alveari. C’era già la peste prima, ma eran cose sporadiche, andavano e bruciavano, ci si guardava dalla peste, invece la varroa è arrivata lì all’insaputa di tutti e ha rovinato tutta la situazione. L’apicoltura era proprio una cosa diffusa, e avevano una scuola questi preti, invitavano questo Angeleri che era entusiasta.
Noi a Canale avevamo uno, don Sandri che era perso. Quando io sono venuto giù nel Roero, lui non c’era già più: ne ho sentito parlare già prima. Una volta qualcuno mi ha detto che aveva almeno duecento alveari ma miele non ne faceva niente perchè non ne avevano abbastanza per loro, a volte doveva togliere da uno prosperoso per dare all’altro che non riusciva… era più per moltiplicare, lui viveva proprio per quel lavoro lì. Era un “beneficiato”, aveva anche tempo.
Un beneficiato vuol dire che avevano solo questo incarico. A un certo punto una popolazione, una parrocchia formava un gruppo con una chiesa: chiesa proprio materiale, nella parrocchia, che aveva niente a che fare con la parrocchia stessa, e poi magari metteva un cappellano che viveva di quel beneficio: beneficiati, perché intorno alla chiesa, c’era magari qualcosa, qualche lascito. Ce ne sono ancora adesso, adesso sono superati, si conservano quelli proprio anziani, ma sono al servizio della parrocchia. Questi qui erano molto più liberi perché avevano solo la messa al mattino, una volta si diceva alle sei o alle cinque del mattino, e avevano tutto il tempo libero; non avevano la cura delle persone, andare a trovare le famiglie… e chi aveva quel bernoccolo lì si dedicava maggiormente anche a propagandare…
Anche da noi qui (Narzole era una parrocchia piccola), il parroco faceva anche qualche lezione. Oggi gli alveari si distruggono in poco tempo con la varroa, invece allora andavano avanti. Su nella Langa, dove adesso fanno una grande festa, a Montezemolo, io sono andato lì a prendere degli sciami, con degli altri, c’erano dei giovani che volevano mettersi, e loro non avevano ancora l’alveare moderno, ma avevano un butalìn, una piccola botte, segavano in mezzo, e lì rimaneva un mezzo buco del tappo, e mettevano lo sciame dentro, poi costruivano tutto le api. Per il miele, ogni anno ne facevano morire quattro o cinque, erano persone che potevano avere quei quindici, venti alveari.
Allora noi cos’abbiamo fatto? Portavamo su del miele, si pesava il butalìn: qui ci saranno dieci chili di miele, noi gli davamo il miele già bell’e che fatto e confezionato, e loro ci davano quello. E noi, portati a casa, li toglievamo da quel recipente. Siccome una volta tutte le famiglie facevano il vino, avevano recipienti vecchi che servivano come alveari. E adesso ci sarà qualcuno che si è messo in grande, lì a Montezemolo, ma io ho solo trovato quelli che non avevano alveari moderni, nel 70, 72. Anche perchè una volta c’era proprio la ricerca di un risparmio, invece di fare delle assi e andare dal falegname, escogitavano qualcosa, quella del butalìn… a Lequio Berria dove siamo stati, erano anche così, e facevano morire le api per prendere il miele: contadini, perché erano solo i contadini che avevano le api. Nel 65, 70, 75 c’era una richiesta enorme. Avevo diversi amici che magari avevamo fatto le scuole assieme ad Alba, un professore ricordo che mi ha chiesto due alveari e li ha portati a Benevello che è un paese a dieci chilometri da Alba, nella Langa. Dopo qualche tempo, un anno, due anni, “Sono vuoti adesso”. Pazienza, si pensava.”

La scoperta dell’impollinazione

“Tutti si interessavano a quelle cose lì. Io ricordo che a Valle San Lorenzo Roero, dov’ero io, abbiamo fatto diversi incontri, abbiamo fatto una festa del miele, siamo stati i primi in provincia di Cuneo. E’ venuto Oddero, che un tempo era il Presidente della Cassa di Risparmio, poi della Camera di Commercio, e poi è passato a presidente alla fondazione della Banca Regionale Europea. L’abbiamo invitato perché era anche assessore all’agricoltura a Cuneo, lui partecipava molto, e ha cercato di propagandare i prodotti: allora si interessava di tutto, dei formaggi, dei vini. Quella volta c’era il Professor Vidano, era brillante Vidano, poi era tutto entusiasta. E ha portato un bel documentario a passo ridotto sull’ape e sull’impollinazione.
Non è stato tanto colpito, Oddero, dall’ape, ma dall’impollinazione sì, siccome aveva una cascina dove aveva il Barolo ma anche un frutteto e un pescheto, ed essendo primaticci molte volte fallivano l’impollinazione. E allora sentendo Vidano parlare dice: “Credevo di sapere un po’ tutto, e invece c’è sempre da imparare”. Allora negli anni successivi si è fatto portare una cinquantina di alveari ed è stato contento. Eravamo proprio all’inizio, l’ape era conosciuta perché faceva il miele ma non le possibilità che erano legate lì. E anche dal Roero gli apicoltori portavano tutti le api su a Lagnasco sui meli, sui peri, sui pescheti, quei pochi giorni e poi “Domani andate via perché dobbiamo fare i trattamenti”. Prendevano diecimila lire per alveare, e siccome c’era una fioritura primaticcia, serviva anche ad ampliare gli alveari, a svilupparli. Portandoli qui dopo, sull’acacia, gli alveari erano pieni di api. Poi si son messi a portarli anche sul kiwi, proprio per l’impollinazione.… E poi ho capito che per l’impollinazione è importante, ho visto che anche sui kiwi venivano a cercare.

Una cooperativa apistica nel Roero

Io ho fatto la Langa, qui vicino a Bra e sono arrivato là nel Roero e ho conosciuto queste persone, i Brezzo, i Cauda, i Bordone. Abbiamo fatto il primo corso là nella zona, andavamo su a Cuneo. Poi abbiamo costituito una Cooperativa, che poi non è andata avanti molto perché c’erano quelli che veramente si sono buttati e si sono ampliati, che han fatto come Cauda, e invece c’erano quelli come me, che lo facevano così per passione e allora l’abbiamo poi sciolta perché loro si sono proprio buttati. E sono arrivati tanti negozianti, importavano, Brezzo importava già tanti anni fa, prima ancora del muro di Berlino importava già dalla Russia.

Ripartire dopo la miseria

Noi abbiamo vissuto dei tempi qui…nel dopoguerra, bel 50, nel 60 fino al 63, 64, 65 non è partita l’industria neanche a Bra. Era una miseria, c’era qualcuno che faceva i formaggi, tutto lì Qui erano tutti piccoli proprietari, due o tre “giornate” di terra, io sono stato in campagna vicino a Bra e c’è stato un periodo felice subito dopo guerra, nel 50-55, sette-otto anni belli, perchè? Perché ha preso voga la frutta. Io ricordo che un anno hanno mandato le pere in Inghilterra perché noi eravamo produttori di pere, perché erano richieste. Ma eravamo così in gamba, così organizzati, che ci hanno fatto raccogliere le pere non ancora formate, allora si sono rimpicciolite staccandole prima del tempo. Quelle pere non sono maturate.
Io sono arrivato a Pocapaglia e tutti avevano il trattore, il trattorino , il cingolino, che poi li han venduti tutti rimettendoci chissà quanto… e si erano arricchiti. Finito quello, poi è uscita l’industria… Prima, si faceva della fame qui, e non parliamo di cure mediche, prima della guerra, quando il vino non si trovava sempre a vendere, e qui è una zona vinicola, l’albese. Dopo la guerra veniamo ancora avanti fino al 55, fino a che i prodotti han preso un po’…dove invece si sono trovati bene già durante la guerra e anche prima, dopo in modo particolare, erano gli allevamenti di vitelli, suini più ancora , poi polli, quelle cose lì. Quando avevano solo una mucca per famiglia, due mucche, tre mucche, due tre vitelli all’anno, cosa potevano fare? Ci pagavano un po’le spese. Quindi tanta povertà, se ci fosse qualcuno che apre… per esempio Monticello ha avuto un sindaco enorme, un sindaco che era un professore di lettere però ne sapeva di tutto, ed era un appassionato dell’agricoltura perché era nato e vissuto in campagna.
Ha iniziato gli allevamenti, queste famiglie non toccavano più i piedi in terra. Perché? I primi che hanno allevato i suini, e vitelli anche, si sono fatti dei soldi enormi. Chi si è messo allevare i polli (l’ho fatto anch’io, cioè l’ho fatto fare da mio fratello a Castiglione), dopo due mesi, due mesi e mezzo, usciva uno stipendio bello bello ed erano allevamenti in gabbie dove il lavoro non era poi molto, cadeva tutto per terra, c’erano i piattelli sotto da prendere e portare via, era una cosa che non dava tanto lavoro come una stalla, dove mettevano giù la paglia, poi bisognava togliere lo stallatico, c’era da portare altro materiale, una fatica. Son partiti. Nel frattempo è partito anche il vino, non sono molti anni, contiamo dal 75-80. Poi è partito tutto assieme, poi gli allevamenti invece sono ricaduti perché si son diffusi troppo.”

Essere preti in campagna

“Noi abbiamo sempre avuto una pretesa, noi preti in campagna: in campagna – io parlo dell’800, agli inizi del 900 – c’era ancora dell’analfabetismo, e allora questa cosa di insegnare a contatto della povertà, e si vedeva, il prete allora non si aveva tutta questa preoccupazione di aggiornarsi, di andare alle conferenze, di studiare, di sentire. Si insegnava quello che noi avevamo appreso nelle nostre scuole, in seminario, e avevamo del tempo, e allora cosa si faceva? io ho sempre fatto questo. D’inverno specialmente, quando d’inverno c’era la neve c’era tanta gente libera e le notti non finiscono più, allora si faceva un richiamo, la cosiddetta scuola di religione – io ho avuto mia mamma, mio papà che andavano a scuola serale – per imparare a far di conto, matematica, cose essenziali, anche nello scrivere, nel chiarire un’idea e così anche per vedere se si poteva fare qualcosa.
E come usciva qualche prospettiva, allora si tentava. Per esempio io son finito nella Langa, povera eh, si mangiavan castagne, a me piacciono ancora adesso tra parentesi. Quando io sono finito nella Langa non c’era ancora la media. I ragazzi andavano fino in quinta elementare. Oggi in quinta elementare sono ancora dei bambini, dei lattanti, eppure allora in quinta si finiva. Io cercavo, ero sempre attento, e andando a Cuneo capito nell’ ufficio di uno che bisognerebbe fargli un monumento perché ha aiutato molto tutti. Era attento , era il presidente delle ACLI, e dice: ”oh, è arrivata una circolare questa mattina, una circolare che danno dei posti qui a Cuneo per una scuola di avviamento trasmessa alla televisione, una telescuola. “C’è la Langa che ne ha bisogno!”, e allora ho fatto subito la domanda e son stato approvato.
Allora ho iniziato una scuola. Sono stato bene, credevo di aver toccato il cielo con un dito. Perché? In questa scuola, nei centri di ascolto, che poi sono stati due in tutta la provincia di Cuneo, davano tutti i libri, aiutavano, correggevano anche i compiti, il centro era a Milano, poi ci mandavano persino qualche leccornia. Per esempio io non avevo mai assaggiato il panettone fino allora, il panettone della Motta, ma il panettone della Motta allora era il super, eravamo nel 58, 59, 60, 61 quegli anni lì.
Per di più, approvato dal Ministero del Lavoro, io arrivavo a 600 mila lire all’anno, ma noi non avevamo niente, io viceparroco, dipendente dal parroco, avevo duemila lire di stipendio all’anno, erano altri tempi ma con duemila lire si faceva poco, va beh la benzina costava solo cinquanta lire. Cosa c’era da fare lì? c’era da invogliare questi ragazzi ; non potevo io contare del tutto sulla famiglia perché la famiglia era abituata che in quinta elementare cessavano e andavano in campagna, lavoravano, aiutavano, allora dovevo tenermeli perché io tutti i mesi dovevo portare le firme di tutti i giorni a Cuneo, all’Ispettorato del lavoro. E allora abbondavamo lì, poi c’erano gli aiuti internazionali, la Pontificia, ma c’era bisogno di mangiate, non solo di imparare.
E poi c’era da aiutare, da insegnare, da correggere i compiti. Mandavamo qualche compito a Milano, e allora ho preso una maestra, io davo duecentomila all’anno a una maestra, era poco, ma era contenta perché era una maestra fresca, senza posto. Lei mi ringrazia ancora adesso, dopo cinquant’anni. E andavamo avanti con questi ragazzi , non potevamo portarli all’esame perché era una scuola privata ma io ho cercato anche il posto dove potevamo essere un po’ aiutati, sono andato a Castagnole Lanze in una scuola di avviamento autorizzata.
Siamo sempre stati promossi, una terza avviamento allora in quegli anni lì voleva dire che le ragazze potevano aspirare e si sono impiegate tutte, i ragazzi è diverso. E si aiutava in quel modo lì. Io ho sempre fatto dei “3P” in vita mia, adesso non si sa neanche più cos’erano. Erano organizzazioni di giovani, allora i giovani erano tutti a casa e in agricoltura, pochissimi studiavano: “Provare, Produrre per Progredire”. Ci davano una fesseria. Per allora era qualcosa. Nel mio paese, nella Langa, qui, vicino a Bra, nel Roero, 3P a iosa, noi che lo facevamo –preti- avevamo anche un altro compito anche perché questi giovani li avevamo, ci discorrevamo ma poi era un modo per calare anche le nostre verità di Vangelo nell’esperienza di tutti i giorni.
Non come i giornali dell’azione Cattolica che venivano da Roma che niuno capiva, bellissimi, ben fatti, ma ai ragazzi bisognava star dietro. Così a un certo punto è venuto che c’era un aiuto per tutte le cose in campagna, per i pollai familiari, le conigliere famigliari, qualunque allevamento, e allora mi sono ficcato lì per dare un aiuto. Noi abbiamo fatto, su nella Langa, casa per casa con un geometra: chi ha fatto il portico, chi ha fatto la stalla, chi ha fatto il piccolo allevamento Gli altri mi ridevan dietro ma io ho sempre pensato che se riuscivamo a tenere qualcuno in campagna noi in campagna potevamo avere un’altra situazione che in città, non c’è niente da fare.
Dal nostro punto di vista, naturalmente. Però poi questo è fallito perché ormai le cose sono quel che sono. Già prima ancora io ho avuto uno zio prete a Ceresole d’Alba, lui era anche maestro autorizzato, ma radunava la sera e insegnava matematica, un po’ di letteratura, un po’ di italiano, nei nostri ambienti dove c’era tanta gente ma ci si accontentava di poco, un saloncino o anche una stalla. Sono andato tante volte nelle stalle per questi incontri, per cercare di arrotondare qualcosa, molti facevano fatica, adesso si dice si dice che non arriviamo a fine mese, ma allora non si andava proprio a fine mese. Qui c’era il nostro Don Cane, che è stato parroco dal 1908 fino al 1952, dove io vado ancora adesso alla domenica a portare la messa. Stava dietro ai suoi. Difatti, io sento gli anziani, chi ha conosciuto quel Don Cane son proprio gli anziani, devono avere settant’anni, ottant’anni per averlo conosciuto.
Uno che mi diceva “Io quando penso al nostro parroco mi vien le lacrime” Perché? Perchè se n’accorgeva di tutto. Passando in una frazione vede uno che sentiva sempre cantare, e quel giorno lì non canta. “Giuanìn,come mai stamatin et cante nèn?” “Mi sono arrivate le imposte da pagare e io non ho un soldo, e adesso scade il tempo”. E non cantava più, perché una volta in campagna cantavano tutti, si sentiva da una collina all’altra ma una meraviglia, neh, a pensare che adesso ci sono i rumori delle macchine, i trattori, gli elicotteri che danno gli anticrittogamici, tutta sta baracca… Allora cosa fa? ”Vai tranquillo. Domani vieni a Narzole” – perché anche lui soldi non ne aveva – allora se ne son fatti imprestare, e quello s’è ancora messo a cantare. Allora cosa succede? Il prete era a contatto,viveva con la gente.
Un parroco era come un secondo padre che vedeva quei bambini che avevano bisogno. E allora si cercava di prendere tutte quelle occasioni che venivano dal di fuori , gli aiuti, eccetera. Una di queste occasioni erano le api. Difatti questo qui ha insegnato a tanti, qui. Ma come dico, han resistito fino alla varroa. Don Cane insegnava, li faceva venire con un po’di maschera, più o meno. Molte volte avevano solo un grembiule, non c’erano ancora le maschere. Io ne ho una ancora fatta di stoffa con quella plastica che serviva da vetro. Cercava di impratichirli, di insistere, di suggerire.
Difatti tantissimi erano apicoltori, ma rimanevano piccoli. Anche perché da principio non avevano quell’apicoltura moderna, cioè con l’alveare che non bisogna far morire le api per prendere il miele, siamo nel 70 quando io andavo su a Montezemolo a prendere gli sciami. Quindi era una cosa molto limitata. Mancava di trovare l’uovo di Colombo, perché in queste zone eran tutti falegnami, capaci a segare il tronco. Non con la sega di adesso, con il cosiddetto tromplà, era una sega con due, uno che tirava da una parte l’altro che spingeva dall’altra, eran detti i trantìn, ci sono ancora delle famiglie, quelli de trant, per ricordare che si specializzavano e facevano delle assi per bene, con la scala. Ma non è scattato quel qualcosa. Io ne so qualcosa, in campagna adesso è diverso, non esiste più il sistema di allora, ma a far cambiare produzione – io ricordo con i miei allevamenti – anche solo mio fratello, dovetti comperare tutto io perché non si metteva mica. A un certo momento sa che cosa ho detto? Non parliamo più di cooperativa perché siamo incapaci di qualunque cooperativa. Allora c’era persino il detto che la cooperativa non va nemmeno bene per moglie e marito, addirittura. Ma io le dico che il marito non dava mica i risultati alla moglie. E qualche volta mi viene ancora in mente adesso, perché noi abbiamo delle organizzazioni che sono obbligatorie qua nella parrocchia, e dove si è quattro-cinque nel consiglio economico. E io in qualche occasione ho detto: “Quando siamo due c’è già uno in sovrappiù”. Tutto per quella resistenza-paura.
La diffidenza in campagna…è qualcosa che si taglia a chili… Allora si spiega che questi cambiamenti anche in apicoltura erano difficili…”

Fragole in serra, laghi artificiali, api

“Ecco la storia come io ho iniziato l’apicoltura, che dalle nostre parti non c’era. Noi abbiamo a Castiglione, Costigliole solo delle vigne, non ci sono boschi, allora le api non ci stanno. Capito lì nel Roero e mi capita dietro un ispettore appassionato all’agricoltura che io l’ho conosciuto alle prime parole e mentre discorrevo dìs :“Tu non mi scappi più, ci sei qui!” . Abbiamo cominciato con le serre di fragole. Nel Roero a Valle San Lorenzo che è una frazione – e siamo stati presi in giro poi da tutti i paesi lì attorno che eran produttori di fragole – siamo stati i primi che siamo usciti con le serre, e questo qui che veniva da Verona era avanti, qui in Piemonte non esistevano, nemmeno gli ortolani a Torino… Noi il 25 aprile avevamo le fragole mature…
Tante fragole venivano fecondate solo da una parte, da una parte rimanevano piatte, e lui, questo tale che veniva poi a trovarci, a suggerire, dice: “Prova a mettere un alveare dentro ogni serra, poi vedi”; presto così le api si divertivano dentro, ma poi quando noi aprivamo loro uscivano, non era il mondo delle api e infatti a un certo punto ho lasciato perder le serre perché ho visto tutto questo lavorìo, questa intraprendenza, quando lavorano è uno spettacolo. A volte guardo ancora adesso quando c’è tanto lavoro, loro escono, si scontrano addirittura. Così ho lasciato perdere e mi son messo nelle api. E se non c’era quella sera, se non arrivava quel Dall’Asta da Verona!…

Questo è intorno al Settanta… e in Piemonte c’erano gli ortolani che facevano le serre coi vetri, ma una serra fatta con quattro soldi, in due ore, un po’ di centine fatte piegare da un fabbro che era lì e con due una per volta, nailon sopra, l’anno dopo se voleva si spostava… il PVC costava una stupidaggine, centocinquanta lire al chilo, pagavamo quattromila lire un quintale di concime, le spese erano molto limitate, meritava aver le serre… Io sono arrivato lì, venivo dalla Langa alta, capito lì nel Roero, proprio bassa Langa bella asciutta, i prati d’estate sono secchi, scomparivano, il granoturco non riusciva a fare la panna, una siccità enorme,
Il Roero era la zona più povera che c’era al mondo, la sua dizione era “bassa langa”, langa asciutta ancora perché c’era bisogno di irrigazione, io andavo a cercare l’acqua, la gente non mi seguiva, ma io l’ho fatta cercare…
Perché in campagna, per carità li comprendo perchè io son nato anche in queste zone, la piccola proprietà che avevano secondo me era proprio un ladrocinio Perché loro per farsi della piccola proprietà si mettevano in debiti, poi lavoravano, poi non spendevano più niente, poi mangiavano pane e basta quindi è una proprietà proprio sanguinata, mentre se sei assieme ad altri, gente un po’ andante, lì ci mangiavano anche la strada che serve per andare a casa, c’era quel detto lì e con quella mentalità lì, che la società non va bene , io invece ho sempre fatto delle cooperative anche per i laghi.
C’erano tante sorgenti che rimanevano attive tutte l’estate E un rabdomante mi è riuscito a centrare bene, perche, ’l dìs, qui c’è dell’acqua, potete sommergere tutta Canale…. io ho dato una fiducia a quell’uomo… e mi dicevano “Ma ci crede a quelle cose lì?” “Sì, io ci credo” Così, ci ho creduto… E ha detto la quantità, che non s’è sbagliato, la profondità, la quantità. Ci son cinque pozzi adesso, … Questo per dire che si tentava tutto e io nel mio poco, nessuno lo sa, nessuno lo considera, magari io sono anziano adesso, però è una soddisfazione… “

Amore per la vita

“L’agricoltura per vivere ha bisogno di tanta innovazione, ma una volta a innovare non erano d’accordo. Se penso che mi sono impegnato per tante piantine di fragole, perché ero d’accordo con i miei giovani… poi uno per l’altro non han fatto niente, e io mi sono trovato lì con le piantine. Allora ho preso tre o quattro persone, ci siamo messi assieme, e questa è la prima cooperativa che ho fatto. Gli dico: “se c’è poi un risultato divideremo il frutto, le spese le pago tutte io”. L’ho fatto per un anno, due anni, poi bisogna che mi faccia furbo perché le spese rimangono sempre a me, quando le cose rendevano è giusto che io distribuissi…allora c’era uno e a un certo punto dìs, “Ma come mai, una volta le spese le pagava tutte lei, e adesso le dobbiamo pagare anche noi ?” Per dire l’ingenuità…
Sì, una vita che di fronte alla Santa Madre Chiesa…Infatti mi hanno tolto di là solo per quello… mi ha fatto rabbia. A un certo punto io ero là e continuavo le mie cose: le api, un po’ di serre, un po’ di commercio…e allora la Curia incomincia a dire:”Ma noi adesso abbiamo bisogno di preti che fanno i preti, che studiano, non che siano al corrente di come vivono le api…e allora mi hanno spostato qui (a Narzole). E ho fatto anche altre “fesserie”. Fesserie…ma a me piacevano.
Quello che io dicevo è che se non riuscite da piccoli a dare un’interesse, anche per delle stupidaggini, per dei piccoli pulcini, io lo facevo non per fare quello, difatti ci mettevamo sempre coi giovani per vedere se era possibile fare qualcosa. Io ho fatto degli allevamenti di anatre, una volta ho fatto millecinquecento tacchini giganti, e con tutte cose fatte da noi, come gli abbeveratoi: avevamo una grondaia tolta dal tetto perchè era vecchia, correva non so se cinquanta metri, e io dosavo l’acqua potabile, loro non lasciavano scorrere mica niente, bevevano in continuazione come mangiavano, i tacchini. I miei colleghi venivano a trovarmi da Canale, da Montà: “Ma chi glie lo fa fare, chi glie lo fa fare”, e io non mi offendevo mica perché, dicevo, io sono così.
Ma io da piccolo, in campagna non c’era niente, mia madre allevava i pulcini, i tacchini… se penso che ero capace di piangere per un mese quando mi vendevano un capretto, perchè lo prendevo, ci giocavo assieme, lui mi seguiva come un cagnolino … avevamo dei pulcini, io ero contento quando mia mamma, per aiutarli, da piccoli, impastava farina di grano e qualche uovo e poi faceva la biadetta, dei pezzettini piccolini perchè i piccoli hanno il becco piccolo. E io dicevo: “Mamma, dammi un pezzo di pasta!” “No, la sprechi solo questa pasta,la sprechi tu!” “No, no, no , guarda!” … e mi sono esercitato finchè sono diventato capace, a tre, quattro anni, a fare questa cosa ai pulcini, i pulcini mi venivano sui piedi, e io contento… Se penso a oggi… io sono vissuto in un mondo diverso. E ho fatto fare allevamenti di polli, tacchini, allevavo i fagiani, avevo delle fagiane che covavano in una voliera grossa. Da piccoli sono meravigliosi, di tutti i colori, e quelli tenebrosi hanno dei collarini bianchi. Se penso che potevo studiare… ma le ricerche nel nostro campo, di esegesi, nascono quando? Nascono dopo la guerra, sono trent’anni che s’è messo in moto qualcosa; io leggevo qualcosa, però… Ma nello stesso tempo, in campagna, cosa vuoi fare? Questo mi ha aiutato, da una parte, ad avvicinarmi tanto alla gente, perché solo a vederli così da lontano, in chiesa… adesso non serve nemmeno più quello, ma allora era un aiuto: ci volevamo bene, facevamo i nostri bravi sbagli però io li sopportavo anche quando mi facevano arrabbiare, e io facevo arrabbiare loro; dicevano “ecco, si è arrabbiato anche lui”, ci accoglievamo come eravamo, una vita così, semplice.
Ieri sono andato a trovare una famiglia che mi aveva chiesto del miele… poi c’era la festa qui e tanti espongono dei prodotti e uno, che è un gran produttore di nocciole, ha fatto le nocciole nel miele, ma non basta più, non dice molto. Adesso bisognerebbe trovare dei gusti, farlo accompagnare da qualche cosa. Viene uno che ha un ristorante nel fondovalle, “non ho più miele” dice, e gli ho dato questo miele. Mi ha ringraziato: “Vogliono proprio questo!” Lo mettono con tante cose, anche con la carne. Chi sa quante cose possono nascere… perché il miele nei dolciumi ha una presenza. Un po’come la nocciola: la riuscita della Ferrero è partita di qui, quando lui faceva il surrogato del cioccolato. Ancora durante la guerra, al posto del formaggino, ci davano i triangoli, allora le nocciole costavano non molto. La nocciola è un po’ come il miele: condisce. Non solo è buono di per sé, ma condisce. Secondo me anche il miele ha questa proprietà per aiutare altri elementi da mettere assieme e fare dei prodotti spettacolari. Io lo sento il miele, a volte sarà anche solo una fissazione…”

Claudio Cauda ricorda Don Morando

“Don Giulio Morando è una figura che arriva nel 60 e rappresenta un nuovo sistema di fare agricoltura. Negli anni 50 aveva già portato nella Langa le prime scuole: l’avviamento e le scuole medie, poi per una situazione di conflitto con il vescovo viene mandato in una sorta di piccolo castigo in una piccolissima parrocchia a Valle San Lorenzo e lì si porta dietro, oltre a queste sue conoscenze, i contatti, questa sua voglia di far sì che la gente rimanga attaccata alla terra, questo amore per la terra… Era il momento in cui la gente abbandonava la terra e andava alla FIAT, e questo costituiva una specie di seconda emigrazione. E lui, per controbattere questa emigrazione, sviluppa delle tematiche agricole, e porta in un posto freddissimo la coltura della fragola. Poi tenta di sviluppare dei progetti di laghi artificiali, di cisterne. In più porta l’apicoltura, e comincia a fare la prima fiera del miele a Valle San Lorenzo e convoca gli apicoltori, cerca di metterli assieme cerca di trovare un momento di promozione e fa questa fiera con un premio di qualità. Il primo premio di qualità che noi abbiamo lo istituisce don Giulio. Poi, sempre nel tentativo di metterli assieme, cerca di favorire la nascita di una cooperativa a partire dagli apicoltori del Roero. Mette sempre l’uomo prima del lavoro. Si fermava a chiacchierare, ti tentava di salvare l’anima.
Io l’ho conosciuto perché sono andato in Valle San Lorenzo coi Brezzo a fare le prime fiere e ho trovato lui: ho trovato questa grandissima persona, con questa grande umanità, questo santo vestito da uomo.
Era una persona aperta con tutti, a tutti aveva qualcosa da dire. Se poi avevi anche tu qualcosa da dire a lui, il contatto era facile. Siamo legati dalla passione per le api. Veniva da noi a prendere qualche regina. Profonda stima innanzitutto, poi anche un po’ di amicizia.”

Claudio Cauda, di Montà, nel Roero, è titolare, insieme al fratello Ferdinando,
di una delle maggiori aziende apistiche piemontesi