Storia

Apicoltura nel Biellese: Valerio Brovarone

|  Storia dell’apicoltura nel Biellese: Valerio Brovarone, giardiniere apicoltore

a cura di Paolo Faccioli, Valdengo (Biella), ottobre 2008

Abbiamo voluto dedicare un’intervista a un apicoltore di piccole dimensioni, sia perché ci mancava chi rappresentasse il Biellese, sia perché ci ha colpito la data d’inizio della sua attività di apicoltore (che è continuata fino a oggi): 1936. Nonostante l’esiguità delle dimensioni, abbiamo trovato nel suo racconto alcuni elementi di grande interesse, tra cui:

  1. una testimonianza sull’ uso sporadico dell’arnia “tipo Sartori“ anche in Piemonte
  2. la capillare diffusione della rivista “L’Apicoltore Moderno” e la sua funzione di orientamento pratico
  3. lo sperimentalismo che veniva stimolato dalla rivista, che magari, come dice Brovarone, “lasciò il tempo che trovava” in quanto tale, ma che sicuramente faceva familiarizzare gli apicoltori con la gestione moderna degli alveari
  4. uno dei tanti episodi di arrivo precoce della varroa – al di là del normale avanzamento territoriale- a causa di importazioni di api da regioni dell’est
  5. una interessante testimonianza (tanto più che viene da un giardiniere) sul cambiamento della flora in un ambito territoriale specifico e le sue ripercussioni sulla tipologia di miele prodotto

Valerio Brovarone“Ho cominciato nel ’39. Nel mese di marzo un mio amico mi ha regalato un’arnia, perché vedeva che mi piacevano. Io avevo visto smielare da un amico di famiglia di Bioglio che ci invitava andare a aiutare a smielare già nel ’36-’37, appena avevo finito le elementari. Era già apicoltura moderna, però non erano le arnie come adesso, Dadant Blatt, erano tutte una sull’altra e si estraevano di dietro. ‘Sti apiari sono stati in uso ancora dopo nelle nazioni nordiche, in Tirolo, in Svizzera, in Francia. Appunto questo signore aveva lavorato in Francia e aveva quel suo metodo, invece questo mio amico mi ha regalato un’arnia Dadant Blatt, allora erano tutte da 12, e un po’ alla volta sono andato avanti. Tra l’altro il principale dove abitavo mi ha detto: “Cosa vuoi fare di un’arnia, te ne regalo io due, così mi dai poi del miele”. E’ cominciata così. Era un Rivetti di Biella, industriali, mio padre lavorava nella sua proprietà, io ero ancora ragazzino. Mi ha anche aiutato ad attrezzarmi: lo smielatore, il disopercolatore, perché allora i soldi in giro erano scarsi. Era una spesa, ancora con l’incognita che non si sapeva cosa poteva fare un ragazzino con quelle cose lì. Poi c’è stato il periodo del militare, in tempo di guerra, che le ha curate un po’ mio papà. Le ha curate come ha potuto, difatti son diminuite un pochino. Ne avevo sette, quando son partito, son rimasto a cinque. Il lavoro mi impegnava, non ho aumentato, al massimo sono arrivato a dodici. Quello che mi ha dato la prima arnia mi ha spiegato un po’ e poi allora c’era “L’Apicoltore Moderno”, una rivista di Torino di Don Angeleri, che spiegava bene. Sono stato abbonato diversi anni. Ho ancora il libro di don Angeleri “Trent’anni con le api e gli apicoltori”. Ho fatto tutti gli esperimenti che consigliavano là, tutte cose che han lasciato il tempo che trovavano: il fondo Eureka, mi pare brevettato da Don Angeleri, l’arnia cooperativa… Le fabbricavo da solo andavo a prendere le assi dal falegname e poi me le facevo, la sceratrice solare, me l’ero fatta leggendo e con le misure prese da lì, erano gli anni dal ‘39 al ‘52 .Poi il lavoro è aumentato e se avevo bisogno di qualcosa andavo a comperarlo. Facevo il giardiniere in un grosso parco, la villa dei Rivetti, dove c’era già anche mio papà che era mezzadro, lavorava alla vigna. Eravamo in pochi che avevamo l’apicoltura razionale qui in questa zona, perché in tante cascine c’erano le villiche e queste qui, secondo quelli che lavoravano la campagna, davano troppo lavoro. Al mese di maggio e giugno, quando sciamano e bisogna stargli dietro per melari e tutto, eran troppi lavori da fare: le vigne da disinfettare, i prati da tagliare, e allora preferivano i villici. Bastava solo andare a raccoglier lo sciame alla sera quando arrivavano a casa e poi farle morire in autunno per fare il miele. Nell’autunno da quanti sciami erano venuti sopprimevano tanti di quelli vecchi per prendere il miele quando non c’era più la covata. Toglievano tutto, avevano dei piccoli torchi, mettevano dentro, schiacciavano e veniva fuori il miele. Una volta facevano così. Apicoltori moderni qui nel paese ai miei tempi eravamo in tre, gli altri due lavoravano in fabbrica, e ne avevano più di me, poi sono rimasto io, qui a Valdengo. Poi nel periodo fine anni ‘70 principio ‘80 c’è stata una propaganda per l’apicoltura… qui a Chiavazza un industriale ha messo su una ditta. Faceva arrivare api dalla Slovenia, dal Friuli. E’ lì che è arrivata prima degli altri la varroa, sono andati a caricarla là. Che poi non si sapeva che cos’era. Le api non funzionavano. Io ero andato in pensione, il mio principale è deceduto. Lì vicino c’era un industriale meccanico che tutto entusiasta di questa propaganda, e non gli mancavano i soldi, aveva comperato tante arnie e le aveva sistemate molto bene, in collina. Con tutte quelle arnie credeva, credeva… ma poi ha preso una beccata, non una, tante una volta tante l’altra. Ci siam conosciuti perché io ero andato a dirgli “guarda che c’è uno sciame tuo, qui, vieni a prenderlo”, e lui ha detto: “Guarda, se è così fai che venire tu a guardarle, perché io non ho tempo”. Soffriva le punture. Lì abbiam lottato con la varroa in tutti i modi.
Una volta era molto meglio. Si faceva il miele di acacia, poi si lasciava lì, a settembre si prendeva tutto, adesso invece bisogna far presto, il castagno o quel che c’è, per poter disinfettare.
Tanti hanno cominciato con le api, poi si son disamorati subito, uno perché è arrivata la varroa, altri perché non potevano curarli, altri per le punture…è sempre stato così, già prima.
Lì siamo arrivati a quarantacinque tra le mie e quelle comperate. L’anno dopo però erano arrivate a undici. Malandate, con la varroa che non si sapeva proprio che cos’era. Le han portate a analizzare mi pare, e han detto “E’ nosema, basta dare acqua e zucchero con dentro aspirina e sulfamidici”. Fatto tutto quello, ma è capitato niente; poi si è cominciato a sapere che cos’era veramente.
Un po’ alla volta si sono riprese.
Poi c’era un vecchietto su di Bioglio che ne voleva vendere. Comperate anche là, per sostituire, e anche lì con tutti gli esperimenti che si faceva non c’era niente di certo, era sempre peggio, finchè è arrivato quello che ha salvato. Che si è imparato a curarla è stato l’’84-‘85. Quello che ha salvato tutto è stato l’Apistan. Poi non serviva più.

Il paese qui sotto è 320, qua sarà 350-60. Qui si fa l’acacia e il castagno, ma il castagno è diminuito perché quando si taglia il ceduo entra dentro l’acacia, invade tutto, e il castagno ne soffre. Tra l’altro i castagni sono malati. Qui il castagno di produzione in tutte le cascine una volta c’era: i marroni, quello da far le caldarroste o lessato,una volta le facevano essiccare. E’ tipo un cancro, fa essiccare un pezzo di pelle, la pianta soffre e un po’alla volta muore. Qui ci sono queste colline che da ovest vanno verso est: davanti una volta era tutto vigna, dietro eran tutti boschi, era castagno selvatico che serviva ogni otto-dieci anni a tagliare per piantare i pali nella vigna. In questi anni che cresceva produceva anche delle castagne, di quelle belle, buone e di quelle un po’meno. I castagni non erano curati come frutto, erano curati come legno. Adesso le vigne son sparite qui, e vengono vecchi e muoiono anche quelli selvatici, ma c’è ancora qualcuno che fa castagne.
Quando c’è il castagno, adesso c’è qualche tiglio in giro, chi tiene ancora bene qualche pezzetto di prato, c’è del trifoglio, e il castagno è un po’addolcito. Unifloreale qui non si riesce a fare. Anche l’acacia si fa rarissimamente. Per farla buona dovrebbe piovere (che poi bisognerebbe alimentarle) finchè inizia l’acacia. Prima dove lavoravo c’era un bel gruppo di ippocastani o castagno d’India che mi arrivava lì, iniziava già l’acacia e l’ippocastano era ancora un po’ fiorito, quindi veniva già un po’ambrata. Qui invece siccome nel ‘68 è venuta l’alluvione, sono franate tutte le colline, e allora in diversi posti la forestale ha dato piante da piantare e tra l’altro c’era l’acero platanoide che è uno che cresce abbastanza in fretta, e fiorisce. In primavera, coll’acacia, o appena prima. Il miele di acero è abbastanza scuro. In origine l’acacia si faceva più pura perché gli aceri non c’erano e qui che ero un po’ lontano dagli ippocastani lo facevo proprio puro puro e uno dei primi anni che le avevo qui l’ho fatta pura perché ha sempre piovuto sull’acero, e quando ha cessato di piovere ha fatto una settimana magnifica sull’acacia e ho fatto dell’acacia che era splendida. Acero e acacia si sovrappongono e se si guarda bene, il primo melario che si mette, bisogna tenerlo a mente e smelarli tutti assieme i primi melari, e il secondo è tutta acacia.
L’ippocastano sono isole, ma son belle grosse e quando son fiorite rende anche. Anche a Biella c’è un bel viale di ippocastani.

Abbiamo sempre fatto i due raccolti, l’acacia e l’altro. Come richiesta (i compratori)chiedevano solo miele, ma una volta che assaggiavano l’uno o l’altro naturalmente per la tavola preferivano tutti l’acacia, l’agasìa. Una volta non c’era il castagno, c’era il millefiori, che era molto meglio perchè da luglio, agosto e anche settembre…qui il settembre nei boschi c’era tanta erica, che è il miele più dolce che c’è. Era difficile farla venir fuori, se si lascia opercolare è difficile che venga fuori. La smielavo ma bisognava cercare che non fosse tutta opercolata. Adesso non si può più chiamare millefiori perché raccolgono sul castagno e qualche cosa nei prati che adesso non ci son più neanche i prati di una volta, perché su in collina è tutto deserto e sotto son concimati, sì, c’è un po’ di trifoglio ancora in certi posti ma tutte le erbe prative sono sparite con la coltura che c’è adesso. C’è più festuca che tutti i fiori che c’era una volta, plantago, ranuncolo, trifoglio ladino e diverse cicorie selvatiche. In primavera c’era il tarassaco, tutti quei soffioni, e c’è ancora. Ma quello non disturba perché è presto, prima ancora dell’acacia. Serve. E poi le altre insalate che ci son nei prati fan tutte parte delle cicorie, ma non ci son più adesso. Prati concimati come adesso gettano più su festuche che roba da foglia. Tutto è cambiato. La collina prima era tutta vigna, adesso pezzetti ce ne sono tre e il resto diventa quasi tutto bosco. Qualcuno ce n’è che tiene un po’ pulito vicino a casa ma il resto è tutto bosco, quello che viene spontaneo è l’acacia, perché venga altro bisogna piantare. Come è diminuito il castagno è aumentata l’acacia, anche di più.
Adesso bisogna smielare a luglio per fare il trattamento tampone. Il raccolto era luglio, agosto e settembre e lì c’era altro che mille fiori! Adesso c’è castagno, qualche tiglio, qualche trifoglio. Un bosco di tiglio non c’è, ce ne sono sempre stati, ma pochi. L’unico posto dove c’è un bosco che è tutto tiglio è giù oltre la Baraggia, una conca che è tutto tiglio. Mentre in giro c’è chi se l’è piantato vicino a casa, per il profumo, ma son poche. Viali di tiglio non ce ne sono qui in giro, e anche dov’eravamo su di là.
L’erica è andata sparendo perché viene, più che dove ci sono i castagni, dove ci son le querce. Sotto le querce, se non sono tanto fitte, e i boschi allora li tenevano puliti, tutti, lì c’era l’erica e soprattutto nei boschi verso meggiogiorno c’era sempre della bell’erica fiorita. Verso nord era meno vigorosa e invece verso sud si notava questa raccolta. Qui ci sono dei posti dove si potrebbe ancora trovare, c’è un altipiano, si chiama la Baraggia tra Candelo, Montalciata, e lì ci sono roveri, farnie, cerri, è un posto un po’ magro e lì c’è ancora della bell’erica. Sotto l’acacia vengon solo rovi, quando poi sono alte non viene più niente, qualche pianta di sambuco e basta. O nell’alto Biellese, a mille metri dove non c’è altre piante. Lì c’è una bruera, perché l’erica in piemontese si chiama bru, dove c’e n’è tanto l’è na bruera. E’ lì per andare a Bielmonte.
Una volta il miele la gente lo consumava quando aveva la tosse. Pochissimo. Adesso invece tanti lo usano per addolcire al posto dello zucchero c’è più consumo, ma una volta latte e miele quando c’era la tosse. Quando io non avevo le api, andavamo da quel signore dove ho detto che ho visto le prime api, a Broglio, se ne prendeva un’arbarella da tre chili, in casa eravamo papà, la mamma, una zia, il nonno ancora, due fratelli e una sorella: tre chili di miele faceva tutto l’anno, non si usava per addolcire. Tra l’altro allora non c’era l‘acacia: quando se ne prendeva là, miele era solo uno, perchè quelle zone là, Bioglio, la collina, l’acacia non le aveva ancora infestate
Valdengo è metà piano metà collina e qui c’era già perché le acacie, dicendo dei miei vecchi, parlando di mio nonno, qui sono arrivate quando han fatto le ferrovie, nelle scarpate. Perché dove c’era la ferrovia dovevano fare ‘ste scarpate per non andare indietro il terreno, nella scarpata han piantato le acacie, altrimenti prima non c’erano e dopo fanno il seme lungo i torrenti, e poi gli uccelli che portano il seme, qualcheduno che le ha viste fiorite è andato a prenderle se le è portate, e si sono sviluppate così. Le ferrovie a Biella sono venute nel 1800 e non so più quanto, mio nonno era del 1863, quando era giovane lui le acacie non c’erano. Se si lascia un prato incolto, qui nel piano, le prime a spuntare sono betulle, rovi – ruvei-, e acacie. Senza piantarle diventa tutto pieno, in pochi anni. Anche le betulle ce n’era solo qualcheduna, poi dopo la guerra è venuta quella mania lì: il gruppo di betulle, tre betulle piantate in tutti quei giardinetti. Anche il salice nero, il primo che fa quelle gemme che sembrano argentate a primavera. Anche quello lì si moltiplica da solo. Adesso io penso che col castagno qui si fa anche il miele di rovo, ho visto quest’anno c’era un roveto lì in fondo che era tutto un fiore, sembrava che ci fosse dentro uno sciame che viaggiava, però dura poco”.